Torrenova, i genitori della scuola difendono il diritto alla casa di una mamma rom

“Ho scelto di vivere in una casa per dare un’opportunità ai miei figli, perché non è facile crescere in un campo rom. Ho ricevuto l’appartamento perché era mio diritto e non mi aspettavo di dover lottare per difendermi”. Suzana ha 34 anni e vive da sola con 4 figli di 2, 5, 7 e 10 anni. Prima al campo rom di via dei Gordiani, ora “da un mese e 11 giorni”, precisa nell’appartamento che le è stato assegnato all’interno di un condominio di Torrenova. Un grande condominio, un quartiere periferico, abitato da tante famiglie: alcune delle quali non hanno visto di buon grado il suo arrivo e le hanno dichiarato guerra. Tanto che, da circa 10 giorni, un gruppo di genitori amici si alterna, ogni notte, per restarle accanto e proteggere lei e i suoi figli da eventuali aggressioni.“Quando avevo l’età dei miei figli vivevo in una casa a Zagarolo, insieme ai miei genitori – ci racconta – Poi, non so per quale motivo, siamo finiti a vivere nei campi rom. So cosa significa vivere in un appartamento e so cosa significa vivere in un campo. Per questo ho presentato la domanda al comune: perché voglio che i miei figli abbiano un futuro migliore”. Ha scelto Torrenova, Suzana, fra i tre quartieri che le venivano proposti, “perché era più vicino alla scuola che ancora frequentano i miei figli, la Balzani. Non volevo che cambiassero scuola prima della fine dell’anno e da qui sarebbe stato più facile continuare a portarli lì. Ma non immaginavo che saremmo stati accolti così male”. Poco più di un mese fa, “mi hanno consegnato le chiavi e ho portato nell’appartamento poche cose: un letto e qualche materasso, perché gli altri mobili che avevo non erano adatti a una casa.

Mi stavo sistemando, quando una vicina ha iniziato a lamentarsi: ‘Eh no, i rom no!’, ma io ho fatto finta di non sentire. Pochi giorni dopo, era una domenica e avevo invitato i miei parenti per la Pasqua ortodossa: mia figlia giocava in cortile, ha avuto un diverbio con un altro bambino. Poco dopo mi ha telefonato una vicina per dirmi di stare attenta, che stavano salendo un sacco di persone del palazzo. Mi hanno suonato, ho aperto e una signora mi ha aggredita con un guinzaglio: mi insultavano e dicevano che non ci volevano lì, che dovevamo andarcene. Io non so chi fossero, ero molto confusa. Ho cercato di spiegare che avevo il diritto di restare, che quella casa mi era stata assegnata, ma non volevano sentirmi, continuavano a urlare. Avevo paura che ci facessero del male, ho richiuso la porta. Il giorno successivo ho presentato un esposto ai carabinieri, ma la situazione ha continuato a peggiorare: se uscivo o mi affacciavo al balcone venivo subito insultata. E hanno iniziato a farmi dispetti: mi staccavano la corrente, mi infilavano uno stuzzicadenti nel citofono in piena notte, svegliando me e i miei figli, terrorizzati. Ho fatto un secondo esposto. Ero così spaventata, che i genitori dei compagni dei miei figli hanno iniziato a organizzare dei turni, la sera e la notte, per non lasciarmi da sola. E da più di dieci giorni mi aiutano così, ma anche portandomi mobili, vestiti e tutto quello che mi serve per riempire questa casa”: Suzana è perfettamente inserita nel gruppo dei genitori della scuola: “Faccio parte anche del gruppo WhatsApp e partecipo a tutte le discussioni sulle recite e i regali di fine anno!”. I figli frequentano la scuola Balzani dalla prima elementare e “hanno tanti amici: si vogliono bene, è una scuola bellissima e vorrei tanto non doverli spostare: lì so che stanno al sicuro e che sono felici, anche le maestre insistono perché non li trasferisca: ma è troppo complicato, la distanza è tanta e io sono sola, non ce la faccio”. Suzana lavora n un albergo, dove fa le pulizie. “A chi mi sta facendo la guerra, vorrei chiedere di darmi l’opportunità di farmi conoscere: non sono quello che credono, non capisco perché vogliano mandarmi via. Certo la situazione è peggiorata tanto, negli ultimi tempi, io me ne accorgo: c’è tanto odio. Io faccio di tutto per integrarmi, ma vorrei sapere come devo fare, dove devo andare..”

Adesso la situazione sembra lentamente migliorare, grazie anche alla presenza e al sostegno degli amici genitori. “Se mi affaccio al balcone, non sento più insulti. Però ho ancora molta paura e sono confusa, non ho il coraggio di restare da sola, almeno la notte ho bisogno di sentirmi protetta. Piano piano, se la situazione diventerà più tranquilla, mi calmerò anch’io. E la prima cosa che farò sarà dire grazie a tutti quelli che mi sono stati accanto”.

Chiara Ludovisi, Redattore Sociale

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