Solidarietà a tutta birra

storia di Articioc, birrificio parmense in cui su tre dipendenti due sono giovani con disabilità. Che hanno un obiettivo ben preciso: fare una buona birra. “Altrimenti non avrebbe successo”.

“Facciamo una birra buona per dare un’opportunità a ragazzi meravigliosi”: Luca Manici è un mastrobirraio e uno dei fondatori di Articioc, birrificio parmense nel quale su tre dipendenti due sono giovani con disabilità. L’idea è nata una decina di anni fa, quando Luca e altri appassionati delle birre artigianali si sono resi conto che nella produzione di bionde, rosse o scure si potevano facilmente coinvolgere persone con qualche difficoltà. “Il processo di produzione prevede diverse fasi: macinazione del malto, cottura, insaporimento, fermentazione, imbottigliamento, tappatura, etichettatura, inscatolamento -spiega-. Ciò permette di inserire lavoratori offrendo a ciascuno un ruolo semplice col quale prendere confidenza”. Hanno creato quindi la cooperativa sociale Articioc e iniziato i primi inserimenti lavorativi con la collaborazione dell’Associazione Libertas Sanseverina, che dagli anni ’80 si occupa di giovani disabili.

Le produzione delle prime bottiglie di birre arriva nel 2014. “Non avevamo un nostro impianto e quindi la nostra attività puntava soprattutto a farci conoscere con la partecipazione a mercati e eventi”. Grazie ad un bando di finanziamento della Fondazione Cariparma sono poi riusciti ad allestire un loro impianto a Noceto, che è in funzione dal settembre dell’anno scorso. “Al di là della nostra bella storia, la nostra birra non avrebbe successo se non fosse anche buona”, ci tiene a precisare Luca. Il birrificio è lavoro, il prodotto deve essere di qualità. Ed è questa la soddisfazione di chi ci lavora, che sia disabile o meno. “C’è poi da dire che la birra è un prodotto che facilita l’incontro con le persone e quindi avviciniamo anche chi non sanno nulla di disabilità. È un modo per abbattere barriere mentali”. Ma il nome, Articioc? “Nel nostro dialetto significa carciofo. Il carciofo rappresenta la forza, con le foglie più dure e le spine difende la parte più nobile: il cuore”.

Sali a bordo anche tu, contattaci per partecipare come espositore a Fa’ la cosa giusta! 2019

Babbo Natale esiste ed è un volontario di Padova

Si chiama Alessio Gobbis, ha 38 anni ed è un consulente finanziario. Da dieci anni, però, a Natale abbandona giacca e cravatta, indossa un abito rosso e un barbone bianco e visita anziani e bambini nella città di Padova. Un volontariato “al singolare” che sta contagiando amici e parenti. “Casa mia diventa un magazzino di regali, ma è una soddisfazione immensa”.

Babbo Natale esiste, almeno a Padova. È un po’ più giovane di come lo si immagina e ha iniziato a portare doni in giro per la città soltanto da una decina anni. Si chiama Alessio Gobbis, ha 38 anni e di mestiere fa il consulente finanziario. Quando arriva il mese di dicembre, però, la sua vita cambia radicalmente: casa sua si riempie di pacchi, cioccolatini, giocattoli e fiocchi. Via giacca e cravatta, i suoi abiti si tingono di rosso e il suo volto viene avvolto da una soffice e enorme barba bianca. Niente renne e soprattutto nessun camino da cui passare di notte per portare i doni: il suo giro per la città di Padova avviene alla luce del sole e in posti ben determinati, ovvero le residenze per anziani e i reparti di pediatria degli ospedali della provincia patavina. 

Quella di Alessio è la storia di un volontariato nuovo, al singolare. Slegato da organizzazioni strutturate, siano esse locali, nazionali o persino internazionali. Un Babbo Natale che porta un sorriso e un regalo ad anziani e bambini nato da un’esperienza personale e portata avanti senza sosta fino ad oggi, per ben diedi anni. Basta cercare su Facebook la sua pagina social “Ale il Babbo Natale” per vederlo in azione. E il suo impegno è stato anche una delle esperienze di volontariato premiate nei giorni scorsi dal Csv di Padova con il Premio Gattamelata 2018, un riconoscimento che il Centro di servizio per il volontariato assegna dal 2005 a quanti si sono distinti per il loro impegno in azioni di solidarietà.

Tutto nasce dall’incontro con una zia lontana in una residenza per anziani. “Avevo 28 anni – racconta Gobbis -. Con i miei familiari sono andato a trovare una zia di mia madre. L’avevo vista poche volte, come accade con quei parenti che non vedi mai per diverse ragioni”. Una visita natalizia che ha cambiato la vita di Alessio. “Era la prima volta che accedevo in una struttura per anziani – racconta -. Anche se c’ero stato altre volte, avevo visto solo i saloni dove c’è comunque un clima di festa nel periodo natalizio. La zia era in reparto e mi aveva fatto molta tristezza. Non c’era musica, non c’erano addobbi, non c’era personale. Una desolazione”. Così, parlando col caposala della struttura, è arrivata un’idea semplice: tornare a far visita alla zia, ma con un dono per il Natale. E perché no, anche per i vicini di stanza. “L’idea è nata da questa occasione – racconta Alessio -. Allora, invece di andare vestito normalmente, ho iniziato ad andarci vestito da Babbo Natale; invece di andare senza musica, mi sono portato qualcuno che suonava la chitarra; invece di prendere due cioccolatini, ho iniziato a contattare i grossisti”. 

Quest’anno sono quasi 2mila i cioccolatini che Alessio porterà in giro per la città e al suo fianco, come al solito, amici, parenti e la fidanzata. “I primi anni veniva con me mio fratello – racconta -. Poi i volumi hanno iniziato ad essere importanti e in queste settimane casa mia diventa un po’ un magazzino. Inizio a scartare gli scatoloni e imballare sacchetti più piccoli. Faccio un’operazione di confezionamento e la casa si riempie di fiocchi. Ogni tanto mi accompagna anche mio padre, perché non riesco a guidare vestito da Babbo Natale. E poi c’è la mia fidanzata che mi accompagna vestita da elfo”. Alessio, tuttavia, ha iniziato tutto da solo. Come spiega sulla sua pagina social, “non ci sono passaggi intermedi o complesse burocrazie che talvolta fanno temere che gli aiuti non arrivino a destinazione”, spiega. “Io personalmente raccolgo le donazioni, ed io personalmente vado ad acquistare i dolci e cioccolatini, i giochi, i gingilli e i peluche che io personalmente consegno agli anziani ed ai bambini durante le mie visite”. Inizialmente, Alessio aveva provato a cercare qualche organizzazione che facesse quel che aveva in mente, ma attraverso le strutture aveva sempre avuto risposte vaghe. Così ha tagliato la testa al toro, ha acquistato un vestito da Babbo Natale e si è messo all’opera. “Nelle strutture ci sono gli operatori interni, gli animatori – racconta Alessio – e nel periodo natalizio è anche giusto che vadano in ferie. Nelle pediatrie, invece, io ci vado il 25 e quel giorno gli operatori, che sono lì tutto l’anno, sono in ferie. E allora ci sono io”. 

Non è stato semplice farsi conoscere dalle strutture della provincia, ma neanche impossibile. “Oggi a Padova le strutture appartengono ad alcuni grandi gruppi – racconta -, per cui contattando la sede centrale ti danno l’autorizzazione ad accedere anche alle succursali. Ti chiedono chi sei, cosa fai e come mai lo fai. Quest’anno ho dovuto consegnare anche i miei carichi pendenti: vogliono vedere fedina penale pulita e devono assolutamente essere certi della persona”. Una volta risolte le questioni burocratiche, Babbo Natale arriva sul serio. “Porto con me delle ceste di vimini con cioccolatini, biscotti e doni e ho un sacco rosso pieno di peluche. Ogni anno cerco di prendere qualcosa che possa essere appoggiato al comodino o appeso ai portaflebo o al letto, perché molti di quelli che incontro sono allettati”. Al suo arrivo, gioiscono tutti. “È sempre stata una cosa molto apprezzata – racconta Alessio -, soprattutto perché non è una cosa costruita. Colpisce la semplicità di questa azione”. E sono soprattutto gli anziani a godere di questa inaspettata presenza natalizia. “Tante volte non parlano con nessuno – racconta Alessio -. Ho trovato anche anziani con gli occhi talmente chiusi che avevano le croste. Probabilmente non li aprivano da giorni. Quello che cerco di donare a loro, a parte il gesto, è il mio tempo. Rimanere lì a parlare un po’. E così mi raccontano dei figli, dei parenti. Sarà questo, sarà la magia del Natale, ma molte persone mi riconoscono e reagiscono. Anche agli occhi degli operatori è una cosa incredibile”. Nonostante alla fine Alessio non sia stato mai davvero solo in questa esperienza, da quest’anno, ha fondato anche una vera e propria associazione: “Ale il Babbo Natale”. “Ho fatto tutti i documenti nel mese di luglio – racconta -. Questo è il primo Natale che faccio come associazione. La voglia di fare c’è, i miei amici e la mia ragazza mi danno una mano ogni anno e mi son detto ‘facciamolo’. E così ho iniziato questo percorso che ha portato alla nascita dell’associazione. Un percorso che ci permetterà anche di ottenere donazioni da parte di enti. Per farlo bisogna essere strutturati”. Fino ad oggi, infatti, il progetto è andato avanti principalmente mediante autofinanziamento e contributi donati da amici e sostenitori, ma la voglia di fare di Alessio è contagiosa e il progetto sta raggiungendo sempre più strutture. 

Non è sempre rose e fiori, ci tiene a precisare Alessio. “Devi anche fare il conto con situazioni difficili – racconta -. In questi anni è successo raramente, ma ho ricevuto anche dei morsi, qualche sputo, qualcuno si spaventa. Non sanno chi sei e cosa fai”. Negli anni, poi, l’impegno è diventato sempre più grande, ma Alessio non ha mai battuto ciglio. “Faccio tante date, tante tappe e vedo tante persone – racconta -. Sono sacrifici e la fatica si sente. Poi quest’anno abbiamo anche una pressione burocratica che gli altri anni non avevo, ma è talmente grande quello ricevo dagli altri… Spesso senti dire ai volontari che è un’esperienza che ti dà tanto. È proprio vero. Arrivi a casa portandoti dietro il ricordo di persone che da settimane non ridevano e io le ho dato un sorriso. Sono cose che ti danno una soddisfazione immensa. Quando ti chiedi: oggi che cosa ho fatto? A fine giornata sai che che sei riuscito a fare qualcosa per quelle persone. Lo faccio per questo”.

Fonte: Redattore Sociale

Hossein oggi lavora nel ristorante dove entrava ogni sera da venditore di rose

Dopo anni sulla strada a vendere rose, è stato assunto come tuttofare nell’osteria di Firenze dove, fino a pochi mesi fa, entrava per vendere i fiori ai commensali.

Prima entrava nel ristorante timidamente, apriva piano la porta e si faceva largo tra i clienti. Passi felpati e silenziosi, per non disturbare. Allungava le rose verso gli uomini, per convincerli a comprare un fiore alla propria compagna. Ma era difficile convincerli. E spesso usciva a testa bassa, a mani vuote, riprendendo il suo cammino, rituale notturno attraverso trattorie e pizzerie del centro storico.  Oggi Hossain, in quello stesso ristorante, ci entra di gran carriera. Apre la porta e saluta tutti, non ha più le rose sotto il braccio. Appoggia il cappotto all’attaccapanni, si mette il grembiule e si invola verso la cucina.

Una favola a lieto fine, quella di Hossain, ieri rosaio, oggi tuttofare nello stesso ristorante in cui entrava per sbarcare il lunario. Lava i piatti, spazza per terra, taglia le zucchine, pulisce i gamberi, prepara le insalate. Si vede riflesso negli specchi del locale e quasi non ci crede. “Adesso sono felice” dice lui, bengalese, 43 anni, da tredici in Italia. “Dopo tanti anni di sacrifici, finalmente un lavoro normale”.

Il merito è di Regina, la giovane titolare dell’Osteria dell’Ok, all’angolo tra via dei Servi e via degli Alfani. “Lo vedevo aggirarsi tra i tavoli e mi faceva tenerezza e compassione. Quando uscivo nei locali, tutti i fine settimana lo vedevo farsi largo tra i clienti. Quasi nessuno lo considerava, noi però eravamo diventati amici, a lui mi ero affezionata”. Così tanto affezionata, che dopo averlo visto così tante volte entrare nel proprio ristorante, è stato deciso di dargli una mano: “Ogni volta che entrava, compravamo una rosa per ognuna delle nostre clienti donne” racconta Regina, che gestisce il ristorante insieme alla madre Cristina.

E’ stata proprio Cristina a paventare ad Hossain l’ipotesi dell’assunzione. “In futuro potremo avere bisogno di un dipendente tuttofare, ma devi venire vestito per bene” gli disse qualche mese fa. Hossain la prese seriamente. Così seriamente, che pochi giorni dopo si presentò rivestito da capo a piedi, elegantissimo. “E così l’abbiamo assunto” raccontano Regina e Cristina. Hossain ha un contratto a chiamata, lavora praticamente tutti i giorni.

Adesso, grazie al nuovo lavoro, Hossain potrà mettere da parte qualche risparmio e tornare finalmente in Bangladesh a trovare la sua famiglia: “Non ci vado da quasi quattro anni, ho voglia di riabbracciare i miei figli Erin e Sapath”.

Redattore Sociale, 6.12.018

Gara di solidarietà nel quartiere per Martina, pittrice e senza dimora

Mai pensare che per una persona non ci sia speranza. È la lezione che viene dalla storia di Martina, pittrice nata 49 anni fa nella Repubblica Ceca, “residente” fino a pochi giorni fa su una delle panchine dei giardinetti di via Magolfa a Milano (zona Navigli).

Stava seduta immobile su una delle panchine dei giardinetti di via Magolfa sotto la pioggia. Ma c’è chi non è rimasto indifferente e si è fermato per aiutarla. Un incontro raccontato sulla social street e si è scoperto che già altri tentavano di aiutarla. Ne è nata così una rete di solidarietà che ha mosso anche le istituzioni. Ora Martina è ricoverata al Niguarda: “È come rinata. Cercheremo di farla restare nel quartiere, perché ha bisogno di persone che le vogliano bene”.

Intorno a lei si è creata una rete di solidarietà, grazie a un gruppo di cittadini che non si voltano dall’altra parte di fronte alla sofferenza e alla social street “San Gottardo Meda Montegani”, che con il tam tam digitale ha innescano una mobilitazione per aiutarla. “Un giorno, a fine ottobre, mentre passavo per via Magolfa ho notato questa donna seduta sulla panchina, fradicia per la pioggia che tremava come una foglia -racconta Francesca Baccani, chef che abita poco distante-. Ho chiamato il 118 e mi hanno risposto di chiederle se aveva bisogno di un’ambulanza. Lei mi ha detto: ‘No grazie. Mi basterebbe un caffé caldo’. Quella sera le ho portato una zuppa e delle bevande calde. Ho poi scritto sulla social street di questo mio incontro e ho scoperto che tanti la conoscevano, che avevano tentato più volte di aiutarla. Ma, soprattutto, molti spontaneamente sono andati nei giorni successivi a offrirle bevande calde, coperte, vestiti”. Il problema, però, è che Martina non voleva schiodarsi da quella panchina. C’è chi era disposto a pagarle l’affitto di una casa. Spesso rifiutava gli aiuti. “Sempre gentilissima, ma era come sprofondata in un gorgo dal quale non riusciva a risalire -aggiunge Francesca-. A un certo punto aveva un piccione morto sulla spalla ma non voleva che glielo togliessimo”.

Mentre ogni giorno c’era qualcuno che andava a trovare Martina ai giardinetti, è cominciato anche il pressing sui servizi sociali e sulla Polizia locale del Municipio 6. “Li abbiamo tempestati di telefonate. Ci siamo rivolti anche al Centro aiuto del Comune -aggiunge Francesca-. Noi certo potevamo portare bevande calde, ma ci voleva anche un intervento delle istituzioni”. Tra l’altro, il caso di Martina era già noto ai servizi sociali e al Centro aiuto del Comune, perché nell’inverno scorso era stata fatta ricoverare in ospedale.

Dimessa, era tornata alla sua panchina. Francesca e altri residenti della zona si sono ritrovati anche alla Portineria 14 per decidere cosa fare per aiutare Martina. Portineria 14 è un bistrot che oltre a servire caffé, aperitivi e piatti veloci, è anche un luogo di ritrovo, di passaggio, di appoggio per chi abita o lavora al Ticinese: offre gratuitamente una serie di servizi tipici di una portineria, dal ritiro dei pacchi al deposito dei doppioni delle chiavi. E promuove iniziative di solidarietà tra i residenti del quartiere. Il pressing alla fine ha dato risultati. Il 10 novembre Martina è stata ricoverata al Niguarda. “Dopo qualche giorno siamo andati a trovarla -ricorda Francesca-. E ci ha accolto con un grande sorriso: ‘Ecco le mie amiche’, ha detto. È una donna molto bella e l’abbiamo trovata completamente trasformata, come rinata”. Le hanno portato pennelli e colori, perché possa tornare a dipingere.

Non è chiaro cosa farà e dove andrà Martina quando verrà dimessa. L’ospedale e il Comune stanno valutando quale alternativa alla strada offrirle. Probabilmente l’ospitalità in un appartamento protetto. “Cercheremo di fare in modo che resti nel quartiere, perché Martina ha bisogno di essere circondata da persone che le vogliano bene -sottolinea Francesca-. Finora le cose sono andate bene perché c’è stata una mobilitazione dei cittadini insieme alla istituzioni. E questa formula deve continuare anche quando Martina sarà dimessa”. Una formula che può funzionare sempre, non solo per Martina. Una formula replicabile da tutti, in ogni quartiere della città.

Redazione: Dario Paladini, 17.11/018

Con Recup nasce nei mercati la bancarella del cibo recuperato

Ogni giorno i volontari di Recup salvano dalla spazzatura oltre 150 chili di frutta e verdura. Oltre 40 i volontari, presenti in 11 mercati di Milano. Grazie ad Amsa hanno a disposizione anche gazebo, banco e cargobike. La presentazione dell’accordo a Giacimenti Urbani, festival dell’economia circolare.

Finché non lo vedi non ci credi. Ma lo spreco di frutta e verdura nei mercati rionali è “pesante”. I volontari di Recup ne salvano dalla spazzatura in media 150 chili a mercato, ma in estate si arriva anche a 500 chili. Si tratta di merce ancora buona, ma poco presentabile perché troppo matura o ammaccata. I volontari di Recup, associazione contro lo spreco alimentare attiva da oltre due anni, fanno il giro del mercato e a ogni venditore ambulante chiedono se ha frutta o verdura da donare. Sistemano poi le cassette raccolte in un punto del mercato e rimangono a disposizione delle persone bisognose.

“Vengono in particolare molte donne anziane – racconta Virginia Cravero, vicepresidente di Recup-. Ogni mercato è frequentato sempre dalla stesse persone alla ricerca di cibo invenduto che alla fine della giornata verrebbe buttato. Una volta rovistavano nella spazzatura, ora possono venire da noi e scegliere. È tutto più dignitoso“. Quel che queste persone non portano via, viene poi donato ad alcune parrocchie o mense per i poveri. I volontari di Recup sono presenti in 11 mercati di Milano. “Ma presto un gruppo di volontari inizierà a Verano”.

Ora i volontari di Recup hanno fatto un salto di qualità. Grazie alla collaborazione con Amsa, hanno a disposizione una bancarella, un gazebo e una cargobike. “Sono strumenti che ci aiutano nel nostro impegno -aggiunge Virginia Cravero-. La collaborazione con Amsa, inoltre, ci dà maggiore credibilità agli occhi dei commercianti dei mercati”. Il nuovo accordo con Amsa verrà presentato a Giacimenti Urbani, il festival sull’economia circolare e il contrasto alla spreco di risorse, che si terrà dal 23 al 25 novembre a Milano in Cascina Cuccagna (Via Cuccagna, angolo via Muratori, 2/4). 

Redazione: Dario Paladini, 12/11/2018

 

Pane, rose e (semi)libertà: viaggio nel Consorzio dove i detenuti lavorano

L’esperienza del Consorzio di viale dei Mille, ristrutturato a Milano, che raggruppa le coop dei detenuti. Una vera e propria vetrina della geografia economica carceraria d’Italia.

Il boccone di carne gli rimane in gola. È ottobre 2013 e ‘Seba’ – “chiamami così, come il tuo migliore amico”, mi dice col suo accento di San Luca, Calabria profonda-, sta aspettando la chiamata dell’avvocato, seduto a un tavolino di un ristorante. Sta mangiando una fiorentina, con due sentimenti contrastanti: in un caso festeggerà la libertà con una costata “fatta come Dio comanda”, nella seconda ipotesi quella sarà l’ultima cena degna di questo nome per parecchio tempo a venire. Il legale telefona. La Cassazione ha confermato la condanna. Seba è di fronte a un altro bivio: scappare o presentarsi spontaneamente in carcere?. Ferma un taxi: “Mi porti a Rebibbia”. “Dove a Rebibbia?” “Al carcere di Rebibbia”. “Ma lavora lì?”. “No, devo entrare per restarci”. “È sicuro che non vuole essere portato all’aeroporto di Fiumicino?” chiede il tassista a metà fra il complice e il terrorizzato. “Così in carcere ci finisci pure tu”. Nella casa circondariale di Roma non lo prendono, per problemi burocratici, va in albergo e in seguito si costituisce al carcere di Bollate, Milano. Assieme ad un altro calabrese, più vecchio di lui, condannato nell’ambito dello stesso procedimento penale.

“Il reato è del settembre 1993, ero un ragazzino – spiega Seba –: È normale che mi condannino 20 anni dopo?”. Non lo dice con tristezza. Almeno visibilmente non pare rammaricato. Tutt’altro. Sembra perplesso, quasi divertito dalle inefficienze della giustizia italiana. Ora sta nel carcere di Opera, sud di Milano, e gode dei benefici dell’articolo 21: regime di lavoro all’esterno dopo aver scontato almeno un terzo della pena. Si esce a lavorare senza scorta se non per gravi motivi di sicurezza. Il 18 ottobre è il suo compleanno, taglia la torta, e lo sta festeggiando sul posto di lavoro dentro al Consorzio di viale dei Mille a Milano. Nato tre anni fa su impulso dell’assessorato al lavoro di Cristina Tajani e del Comune, che ci ha messo edificio e risorse economiche assieme a Fondazione Cariplo, la struttura raggruppa le cooperative di detenuti che lavorano nelle tra carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore: 185 persone occupate nelle imprese socie, di cui 115 con problemi di giustizia ancora in corso, 4 milioni e 385mila euro di fatturato nel 2017, sommando i bilanci delle sei cooperative fondatrici. Che si chiamano “Bee4 Altre menti” che si occupa di data entry, controllo qualità a Bollate ed è quella che fattura più di tutte con i suoi 2 milioni e 380mila euro; “Opera in fiore” nella casa di reclusione di Opera che lavora nel tessile, manutenzione aree verdi e consegna frutta e verdura; la storica coop sociale “Alice” di San Vittore, dal 1992 attiva su linee di abbigliamento, sartoria forense, prodotti in pelle; “Il Gabbiano” di Sondrio nel mondo agricolo con vigne, meleti, orti; “In Opera” che è la coop per cui lavora proprio Seba, nel panificio e forno interni al penitenziario, e con pizze, focacce, corstate e biscotti che vengono portati all’esterno per commercializzarli in questo store sulla circonvallazione. E infine “Zerografica”, di cui fa invece parte Luca che a Bollate gestisce “Zeromail”, un servizio per permettere alle persone ristrette di comunicare più velocemente con parenti, amici, avvocati, portando le loro lettere all’esterno e inviandole via web.

Il negozio di viale dei Mille è stato ristrutturato in estate e presentato al pubblico nella nuova veste il 10 ottobre. “Prodotti stupefacenti” si legge sulle vetrine, “Entrare a curiosare non è reato” è un altro degli slogan. “Ora l’obiettivo è allargare il più possibile ad altre realtà carcerarie italiane” spiega Carlo al banco vendita. Lui è anche attore teatrale per il gruppo di reclusi ed ex reclusi chiamato “Opera Liquida”. Hanno fatto sold out al Piccolo Teatro con due date consecutive. Uno spettacolo di un’ora, 9 attori sul palco che “raccontano le loro esperienze personali nei quartieri: guerre fra bande, omicidi, rivolte contro la polizia” dice Carlo. “Nella parte dello spettacolo sull’omofobia il ragazzo che interpretava il gay ha preso per davvero le botte anche se è un’opera di finzione. Sono bravissimi a recitare, l’unico problema è che avendo come regista un altro detenuto ci si può spingere fino a un certo punto in termini di autorità sugli attori e questo limita un po’ le potenzialità artistiche”.

Ma con la cultura ed il teatro non si mangia – recita l’adagio – e quindi nel Consorzio sono ben altri i prodotti esposti. Una vera e propria vetrina della geografia economica carceraria d’Italia: i biscotti di Aosta e quelli della “Banda biscotti” di Verbania, il vino rosso di Alba, la prima birra arrivava da Rebibbia, ora dal carcere di Salluzzo, sempre Piemonte, regione molto attiva sul tema del lavoro dentro e fuori dal carcere, in particolare grazie all’esperienza di “FreedHome”, il negozio di prodotti made in carcere del “Lorusso e Cutugno” di Torino. Ma anche i taralli di Trani, il caffè di Pozzuoli, le mandorle di Siracusa e Ragusa, i profumi della “Giudecca” a Venezia e un’infinità di prodotti da mezza penisola: l’Ucciardone a Palermo, Bergamo, Cremona, Busto Arsizio, dove di recente è scoppiata una pesante rivolta dei detenuti. A Milano c’è la cooperativa Alice e la sua “Sartoria Borseggi” che produce borse nei laboratori di San Vittore e Monza con il progetto-marchio “Minore Uguale”.

Cos’era questo edificio prima di voi? “Un bordello tanti anni fa” risponde secco Carlo. La storia di Dateo 5 angolo viale dei Mille, complesso popolare di 156 alloggi di proprietà demaniale che i giornali di metà anni 2000 definivano “palazzo fantasma” e “casermone”, viene descritta dal venditore: “Questa è una delle poche proprietà comunali in zona Porta Venezia, erano case occupate che di fatto diventavano base di spaccio e prostituzione”. La vicenda è complessa: nel 1989 negozianti e artigiani che animavano la zona furono trasferiti nel parterre centrale di corso Indipendenza, in strutture prefabbricate. Per due o tre anni, fu detto loro. Non andò esattamente così. Un lunedì mattina di aprile 2010 la situazione era più o meno la stessa dell’89: intervengono polizia locale e Amsa per lo sgombero e l’abbattimento delle baracche di lamiera bianca, costruite 21 anni prima in via eccezionale e provvisoria per ospitare, nei giardini al centro del viale, i negozianti sfollati dal palazzo comunale di piazzale Dateo. Nel 2015 arriva il Consorzio e le attività di cooperative sociali, alcune delle quali esistono sotto la Madonnina da più di un ventennio. Gli appuntamenti dei prossimi mesi in viale dei Mille riguardano allestimenti natalizi e la presentazione a novembre del libro “Prometto di perderti”, firmato dalla campionessa di boxe Valeria Imbrogno, fidanzata di Dj Fabo. Assieme a lei ci sarà Marco Cappato, il radicale dell’associazione “Luca Coscioni” che ha sfidato la legge italiana con un atto di disobbedienza civile, accompagnando in Svizzera il 40enne Fabiano Antoniani dove è morto in seguito a suicidio assistito.

Ce ne andiamo salutando il festeggiato Seba con un’ultima domanda sul suo compleanno: “Quanti anni sono?”. “Sono quattro” sussurra lui, ridendo di gusto e passandoci accanto. L’età è 47 anni. Quattro sono quelli che gli mancano.

Redazione: Francesco Floris, 19.10.2018

“Mamme per la pelle”, una famiglia per i bimbi orfani di naufragio

Naila è nata in Nigeria. E’ arrivata nel 2016 in Sicilia, all’epoca aveva 9 mesi. Nella traversata dalla Libia all’Italia ha perso la mamma, morta per gravi ustioni, ed è stata accolta in una casa famiglia. Oggi ha tre anni e a raccontare la sua storia sono Silvia e Dario, coppia di giovani palermitani, impegnati da molti anni nell’antimafia sociale, che l’hanno adottata. Conoscono bene l’importanza di “cercare di essere oggi una famiglia…

Naila è nata in Nigeria. E’ arrivata nel 2016 in Sicilia, all’epoca aveva 9 mesi. Nella traversata dalla Libia all’Italia ha perso la mamma, morta per gravi ustioni, ed è stata accolta in una casa famiglia. Oggi ha tre anni e a raccontare la sua storia sono Silvia e Dario, coppia di giovani palermitani, impegnati da molti anni nell’antimafia sociale, che l’hanno adottata. Conoscono bene l’importanza di “cercare di essere oggi una famiglia aperta e vicina all’accoglienza autentica degli immigrati, piccoli e grandi che siano” e, per questo, insieme ad altri genitori stanno costituendo l’associazione nazionale “Mamme per la pelle”.  “Durante la drammatica traversata del Mediterraneo – racconta Silvia – , ha perso la mamma che, morta per le gravi ustioni, è finita in mare. Secondo le ricostruzioni, nella barca c’erano più di 100 persone ma ad essere salvati da una motovedetta della guardia costiera italiana furono soltanto in 23 e molti di loro avevano gravi ustioni in tutto il corpo. Dopo i primi controlli sanitari, Naila che era in buona salute, è stata portata subito in una casa famiglia di Palermo dove è rimasta una settimana.

Avevate già avviato la pratica per l’adozione?
Sì, avevamo già fatto la richiesta nel 2014 per una adozione nazionale, avviando tutto l’iter procedurale con psicologo e assistente sociale. Dopo 7 mesi dal riconoscimento dell’idoneità, siamo stati convocati, insieme ad un’altra coppia dal tribunale dei minori di Palermo, che ci ha esposto il caso di questa bambina. Successivamente, dopo essere stati scelti dal tribunale, abbiamo deciso di dare la nostra disponibilità per l’adozione nazionale
Com’è stato l’incontro con Naila?
Siamo stati fortunati perché, nonostante il vissuto della piccola in Libia, che non conosciamo, e le situazioni drammatiche del suo viaggio, è apparsa subito una bambina serena, che non ha subito forme di abbandono, violenze o abusi come altri bambini. Ciò ci ha fatto intuire che fino all’ultimo la mamma le ha trasmesso gesti d’amore, proteggendola fino a quando ha potuto. Secondo i racconti, nella barca è stata trovata in braccio ad un’altra donna, arrivata in condizioni di salute molto critiche anche lei per gravi ustioni, a cui la madre l’aveva affidata prima di morire.
Come avete vissuto i primi momenti?
A poco a poco insieme alle operatrici siamo riusciti a conquistare Naila, soprattutto attraverso il gioco. Non appena l’abbiamo portata a casa, con grande emozione è iniziato il nostro percorso di genitori. Nella fase iniziale Naila non è apparsa traumatizzata, solo molto incuriosita da un ambiente completamente nuovo. Ma non appena la prendevamo per mano voleva subito divincolarsi; presumiamo che, durante il viaggio drammatico in mare, sia stata tenuta molto stretta dalla donna che l’aveva in braccio. Naila è stata accolta anche da un amore smisurato dei nostri genitori e del gruppo di nostri amici fraterni. Oggi la bambina è, come tanti altri suoi coetanei, molto gioiosa, vivace e tanto chiacchierona.
Come prosegue la vostra scelta di famiglia aperta all’accoglienza?
Avere avuto Naila per noi è stato un grande dono. Un giorno ai nostri figli racconteremo quello che sta avvenendo nel Mediterraneo. Per questo, insieme ad altre coppie che hanno storie simili alle nostre stiamo costituendo l’associazione nazionale !Mamme per la Pelle”. L’intenzione è quella di riunire le famiglie che hanno adottato dei bambini orientali e africani, creando momenti di condivisione e di narrazione agli altri delle nostre esperienze. In questo modo, vorremmo andare ben al di là di quella sorta ‘di pietismo perbenista’ che ti fa considerare dagli altri solo delle brave persone che hanno fatto ‘un’opera buona’. Essere testimoni autentici dell’accoglienza ci spinge verso un bisogno forte di raccontare, per trasmettere tutta la bellezza e la ricchezza umana che stiamo vivendo. Sull’immigrazione siamo impegnati a vario livello in diverse iniziative di sensibilizzazione sul tema della solidarietà e dell’accoglienza di immigrati piccoli e grandi per superare chiusure e pregiudizi.
Il vostro desiderio è anche quello di valorizzare anche la cultura africana di Naila.
Nostra figlia ha alle spalle una storia difficile che rispettiamo e che, a poco a poco le racconteremo. Lei già sa che viveva in Africa con la sua mamma “nera”. Per il momento, avendo solo 3 anni, sa di avere fatto il viaggio in una barca e che la sua mamma era così bella che è diventata una sirena che sta nel mare. Naturalmente crescendo, la storia verrà arricchita da altri elementi di verità a piccole dosi. Sa anche di essere arrivata a Lampedusa dove siamo stati con lei volutamente questa estate. Al molo Favaloro insieme a lei abbiamo regalato dei fiori in mare per la sua mamma ‘sirena’. Sappiamo che non è facile ma vogliamo gradualmente renderla partecipe della sua storia. A Palermo spesso condividiamo alcuni momenti di festa con amici africani perché per noi è molto bello anche farle assaporare la sua cultura in maniera piacevole, proprio nel quadro di una serena integrazione interculturale. 

Serena Termini, Redattore Sociale, 5.10.018

Il bar di Ventimiglia che rischia di chiudere per razzismo

Tutto è iniziato nell’estate del 2015 quando Delia ha visto delle donne con dei bambini che piangevano e dormivano sul marciapiede di fronte al suo bar tra la stazione e gli uffici comunali…

La signora al centro della foto è Delia, la proprietaria, e intorno ci sono le persone che hanno promosso una raccolta fondi perché nel suo bar possa continuare il suo lavoro tanto importante per la comunità migrante in transito a Ventimiglia.

Tutto è iniziato nell’estate del 2015 quando Delia ha visto delle donne con dei bambini che piangevano e dormivano sul marciapiede di fronte al suo bar tra la stazione e gli uffici comunali di Ventimiglia. Li raggiunge e li invita a entrare per riposarsi un po’, mangiare qualcosa e cambiarsi.
Oggi nel bagno del bar uno spazio per cambiare bambini e bambine con pannolini, assorbenti per le donne, spazzolini e dentifrici da viaggio. Delia raccoglie giocattoli usati e dentro il suo bar ha uno spazio giochi dedicata proprio all’infanzia. Non se la sente di chiedere soldi a chi a stento ha le scarpe per camminare. Si sparge la voce che il suo bar è un posto dove donne e bambini in stato di bisogno possono mangiare senza pagare e le persone migranti possono caricare i telefonini gratis.

I migranti hanno iniziato a fare del bar Hobbit una tappa del viaggio. I clienti italiani, invece, hanno smesso di frequentarlo, mettendo a repentaglio l’attività:

Dopo tre anni su 300 pubblici esercizi, a parte me ce ne sono adesso forse uno e mezzo che li fa sedere. Non li fanno entrare, non li vogliono, oppure mettono dei prezzi talmente alti per far sì che loro non abbiano la possibilità di sedersi.
A livello economico io ho avuto un crollo non indifferente. Pentita non lo sono, amareggiata sì, ma per l’ignoranza che c’è stata intorno. Devo dire grazie ai ragazzi, perché mi hanno fatto conoscere un mondo di persone solidali, di volontari e di persone ancora umane… (leggi e ascolta l’intervista su Radio Popolare)

Sosteniamo Delia! Andiamo a prendere il caffè nel suo bar, creiamo una rete solidale intorno a lei. Il suo bar si chiama Hobbit e si trova a Ventimiglia, in via Sir Hanbury 14. Chi abita lontano, può contribuire alla raccolta fondi.

Della storia di Delia ha parlato anche Elena Kaniadakis su La Repubblica (12.09.018)

 

Per ricordare Abba: 10° Festival antirazzista a Milano

Dal 7 al 16 settembre all’Arco della Pace e al Parco Sempione, ABBACUP Festival antirazzista, dedicato ad “Abba” Abdoul Guibre e a tutte le vittime del razzismo.

“Negro di merda”, e poi sprangate e botte: così venne ammazzato Abba il 14 settembre 2008 in via Zuretti a Milano, vicino alla Stazione Centrale.

Da quel momento il movimento antirazzista milanese lo ricorda, e per il decimo anniversario promuove 10 giorni di Festival Antirazzista con iniziative e appuntamenti per adulti e bambini:

dal 7 al 16 settembre all’Arco della Pace e al Parco Sempione, ABBACUP Festival antirazzista, dedicato ad “Abba” Abdoul Guibre e a tutte le vittime del razzismo.

Hashtag ufficiale #AbbaVive

Domenica 16 settembre, giornata dedicata ai bambini. Nel pomeriggio, libri e laboratori, a cura di Oasi del piccolo lettore, in collaborazione con Terre di mezzo Editore.

A Pieve S. Stefano (AR) venerdì 14 settembre, presentazione del libro Parole oltre le frontiere. Dieci storie migranti, la raccolta dei diari finalisti del Premio DiMMi, il concorso nazionale dedicato ai racconti di vita delle persone migranti residenti o soggiornanti in Italia: “Racconti – come scrive Alessandro Triulzi nella prefazione del libro – che sono la storia vissuta dell’Italia dalle molte lingue e culture che cresce lentamente, quasi sotterraneamente, intorno a noi con spinte e pulsioni che a volte determinano reazioni di paura e chiusura, ma altre volte coinvolgono comunità, gruppi, individui e istituzioni che fanno dell’accoglienza la cifra più visibile del loro stare nel mondo contemporaneo”.

lntanto, al Festival Internazionale del cinema di Venezia, il corto “Io sono Rosa Parks”, che racconta le storie di italiani senza cittadinanza,  vince il #premio per la categoria “seconde generazioni” Sezione #MigrArti. E il giovane Bagya Lankapura, nato a Napoli da genitori dello Sri Lanka, perfetto rappresentante delle “seconde generazioni”, si è aggiudicato il Premio Mutti – AMM 2018, dedicato ai registi migranti attivi in Italia; riceverà i fondi per realizzare “La voliera”, una storia incentrata sulle difficoltà nei rapporti con i genitori “che hanno fatto il viaggio”, raccontando l’incapacità di un padre di comprendere e accettare la relazione della figlia con un ragazzo.

#IosonoRosaParks, prodotto da Angelika Vision in collaborazione con Arising Africans e #ItalianiSenza Cittadinanza”, scritto e diretto da A. Garilli. Prima nazionale al Festival di Venezia.