Pane, rose e (semi)libertà: viaggio nel Consorzio dove i detenuti lavorano

L’esperienza del Consorzio di viale dei Mille, ristrutturato a Milano, che raggruppa le coop dei detenuti. Una vera e propria vetrina della geografia economica carceraria d’Italia.

Il boccone di carne gli rimane in gola. È ottobre 2013 e ‘Seba’ – “chiamami così, come il tuo migliore amico”, mi dice col suo accento di San Luca, Calabria profonda-, sta aspettando la chiamata dell’avvocato, seduto a un tavolino di un ristorante. Sta mangiando una fiorentina, con due sentimenti contrastanti: in un caso festeggerà la libertà con una costata “fatta come Dio comanda”, nella seconda ipotesi quella sarà l’ultima cena degna di questo nome per parecchio tempo a venire. Il legale telefona. La Cassazione ha confermato la condanna. Seba è di fronte a un altro bivio: scappare o presentarsi spontaneamente in carcere?. Ferma un taxi: “Mi porti a Rebibbia”. “Dove a Rebibbia?” “Al carcere di Rebibbia”. “Ma lavora lì?”. “No, devo entrare per restarci”. “È sicuro che non vuole essere portato all’aeroporto di Fiumicino?” chiede il tassista a metà fra il complice e il terrorizzato. “Così in carcere ci finisci pure tu”. Nella casa circondariale di Roma non lo prendono, per problemi burocratici, va in albergo e in seguito si costituisce al carcere di Bollate, Milano. Assieme ad un altro calabrese, più vecchio di lui, condannato nell’ambito dello stesso procedimento penale.

“Il reato è del settembre 1993, ero un ragazzino – spiega Seba –: È normale che mi condannino 20 anni dopo?”. Non lo dice con tristezza. Almeno visibilmente non pare rammaricato. Tutt’altro. Sembra perplesso, quasi divertito dalle inefficienze della giustizia italiana. Ora sta nel carcere di Opera, sud di Milano, e gode dei benefici dell’articolo 21: regime di lavoro all’esterno dopo aver scontato almeno un terzo della pena. Si esce a lavorare senza scorta se non per gravi motivi di sicurezza. Il 18 ottobre è il suo compleanno, taglia la torta, e lo sta festeggiando sul posto di lavoro dentro al Consorzio di viale dei Mille a Milano. Nato tre anni fa su impulso dell’assessorato al lavoro di Cristina Tajani e del Comune, che ci ha messo edificio e risorse economiche assieme a Fondazione Cariplo, la struttura raggruppa le cooperative di detenuti che lavorano nelle tra carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore: 185 persone occupate nelle imprese socie, di cui 115 con problemi di giustizia ancora in corso, 4 milioni e 385mila euro di fatturato nel 2017, sommando i bilanci delle sei cooperative fondatrici. Che si chiamano “Bee4 Altre menti” che si occupa di data entry, controllo qualità a Bollate ed è quella che fattura più di tutte con i suoi 2 milioni e 380mila euro; “Opera in fiore” nella casa di reclusione di Opera che lavora nel tessile, manutenzione aree verdi e consegna frutta e verdura; la storica coop sociale “Alice” di San Vittore, dal 1992 attiva su linee di abbigliamento, sartoria forense, prodotti in pelle; “Il Gabbiano” di Sondrio nel mondo agricolo con vigne, meleti, orti; “In Opera” che è la coop per cui lavora proprio Seba, nel panificio e forno interni al penitenziario, e con pizze, focacce, corstate e biscotti che vengono portati all’esterno per commercializzarli in questo store sulla circonvallazione. E infine “Zerografica”, di cui fa invece parte Luca che a Bollate gestisce “Zeromail”, un servizio per permettere alle persone ristrette di comunicare più velocemente con parenti, amici, avvocati, portando le loro lettere all’esterno e inviandole via web.

Il negozio di viale dei Mille è stato ristrutturato in estate e presentato al pubblico nella nuova veste il 10 ottobre. “Prodotti stupefacenti” si legge sulle vetrine, “Entrare a curiosare non è reato” è un altro degli slogan. “Ora l’obiettivo è allargare il più possibile ad altre realtà carcerarie italiane” spiega Carlo al banco vendita. Lui è anche attore teatrale per il gruppo di reclusi ed ex reclusi chiamato “Opera Liquida”. Hanno fatto sold out al Piccolo Teatro con due date consecutive. Uno spettacolo di un’ora, 9 attori sul palco che “raccontano le loro esperienze personali nei quartieri: guerre fra bande, omicidi, rivolte contro la polizia” dice Carlo. “Nella parte dello spettacolo sull’omofobia il ragazzo che interpretava il gay ha preso per davvero le botte anche se è un’opera di finzione. Sono bravissimi a recitare, l’unico problema è che avendo come regista un altro detenuto ci si può spingere fino a un certo punto in termini di autorità sugli attori e questo limita un po’ le potenzialità artistiche”.

Ma con la cultura ed il teatro non si mangia – recita l’adagio – e quindi nel Consorzio sono ben altri i prodotti esposti. Una vera e propria vetrina della geografia economica carceraria d’Italia: i biscotti di Aosta e quelli della “Banda biscotti” di Verbania, il vino rosso di Alba, la prima birra arrivava da Rebibbia, ora dal carcere di Salluzzo, sempre Piemonte, regione molto attiva sul tema del lavoro dentro e fuori dal carcere, in particolare grazie all’esperienza di “FreedHome”, il negozio di prodotti made in carcere del “Lorusso e Cutugno” di Torino. Ma anche i taralli di Trani, il caffè di Pozzuoli, le mandorle di Siracusa e Ragusa, i profumi della “Giudecca” a Venezia e un’infinità di prodotti da mezza penisola: l’Ucciardone a Palermo, Bergamo, Cremona, Busto Arsizio, dove di recente è scoppiata una pesante rivolta dei detenuti. A Milano c’è la cooperativa Alice e la sua “Sartoria Borseggi” che produce borse nei laboratori di San Vittore e Monza con il progetto-marchio “Minore Uguale”.

Cos’era questo edificio prima di voi? “Un bordello tanti anni fa” risponde secco Carlo. La storia di Dateo 5 angolo viale dei Mille, complesso popolare di 156 alloggi di proprietà demaniale che i giornali di metà anni 2000 definivano “palazzo fantasma” e “casermone”, viene descritta dal venditore: “Questa è una delle poche proprietà comunali in zona Porta Venezia, erano case occupate che di fatto diventavano base di spaccio e prostituzione”. La vicenda è complessa: nel 1989 negozianti e artigiani che animavano la zona furono trasferiti nel parterre centrale di corso Indipendenza, in strutture prefabbricate. Per due o tre anni, fu detto loro. Non andò esattamente così. Un lunedì mattina di aprile 2010 la situazione era più o meno la stessa dell’89: intervengono polizia locale e Amsa per lo sgombero e l’abbattimento delle baracche di lamiera bianca, costruite 21 anni prima in via eccezionale e provvisoria per ospitare, nei giardini al centro del viale, i negozianti sfollati dal palazzo comunale di piazzale Dateo. Nel 2015 arriva il Consorzio e le attività di cooperative sociali, alcune delle quali esistono sotto la Madonnina da più di un ventennio. Gli appuntamenti dei prossimi mesi in viale dei Mille riguardano allestimenti natalizi e la presentazione a novembre del libro “Prometto di perderti”, firmato dalla campionessa di boxe Valeria Imbrogno, fidanzata di Dj Fabo. Assieme a lei ci sarà Marco Cappato, il radicale dell’associazione “Luca Coscioni” che ha sfidato la legge italiana con un atto di disobbedienza civile, accompagnando in Svizzera il 40enne Fabiano Antoniani dove è morto in seguito a suicidio assistito.

Ce ne andiamo salutando il festeggiato Seba con un’ultima domanda sul suo compleanno: “Quanti anni sono?”. “Sono quattro” sussurra lui, ridendo di gusto e passandoci accanto. L’età è 47 anni. Quattro sono quelli che gli mancano.

Redazione: Francesco Floris, 19.10.2018

Vivere in campagna… alle porte di Milano: il “condominio” di Cascina Selva

La storia di Mirko e Laura e dalla Cascina Selva di Cesate. Un grande casolare, in cui abitano 22 famiglie, metà di origine straniera. Per
superare degrado, tensioni e incomprensioni hanno avviato un progetto di riqualificazione, lavorando insieme per abbellire la cascina e la sua
corte. Che sabato 29 settembre potrete visitare, nell’ambito dell’iniziativa Cascina Aperte.

Cascina Selva si trova nelle campagne di Cesate, nord ovest della Città metropolitana di Milano. Mirko e Laura ci sono arrivati inizialmente perché desiderosi di una vita fuori dal caos urbano, e ci raccontano questa l’esperienza comunitaria, nata dal basso: “La Cascina è ora abitata da 22 famiglie, metà di origine straniera. C’è la signora novantenne che qui c’è nata, e la bambina di pochi anni figlia di genitori immigrati. L’accoglienza da parte di alcune famiglie è stata molto calorosa. Vi erano però anche incomprensioni, vecchie ruggini, liti, problemi personali si intrecciavano nella corte, rendendo il clima difficile. L’antica corte era in buona parte lasciata a se stessa nel degrado. La cascina era attraversata continuamente da auto e camion di passaggio, era una specie di scorciatoia del traffico locale. Assieme alle altre famiglie, dopo un lungo confronto, ci siamo posti l’obiettivo di rivitalizzare la Cascina con attività “sociali” e lavori di abbellimento. Tutti insieme abbiamo vinto un bando della Fondazione Cariplo e con i 3mila euro ottenuti abbiamo potuto sistemare la corte, restituendole il suo ruolo di cuore della cascina e di punto di ritrovo di chi vi abita. “Ora nella corte i bambini possono giocare, ci si può fermare di sera per fare due chiacchiere. Il fatto di lavorare insieme ha rafforzato un clima di fiducia e distensione tra le famiglie”, racconta entusiasta Mirko.

Quest’anno, per la prima volta, Cascina Selva di Cesate partecipa all’iniziativa “Cascine Aperte”, un fine settimana di festa nei più vivaci e bei casolari di Milano e dintorni. Sabato 29 e domenica 30 settembre. Trenta cascine apriranno le loro porte ai cittadini con incontri e laboratori, spettacoli e mostre, corse e biciclettate, pranzi e cene, mercati contadini e molto altro ancora alla scoperta del patrimonio rurale cittadino. È un’iniziativa promossa da Associazione Cascine Milano nell’ambito della Milano Green Week. Per l’occasione le famiglie della Cascina Selva hanno organizzato, per sabato, una giornata di giochi e musica. Un modo per festeggiare e far conoscere la loro esperienza di “condominio” di campagna che sta rinascendo. Si inizia alle 15 con laboratori per bambini. Alle 16 la Grande Carriolata agreste, seguita alle 18.30 da corso di balli Folk multietnici. Alle 21, balli popolari con il gruppo musicale dei Damatrà.

La nuova sfida per la Cascina Selva è il “Ri-circolino”. “Fino a 35 anni fa al centro della corte c’era una casetta, chiamata il Circolino. Veniva gestita a turno dalle famiglie e si vendevano panini, bibite e vino. Era frequentata anche da gente di fuori. La casetta è stata abbattuta anni fa. Abbiamo chiesto al Comune la possibilità di utilizzare un locale della cascina e lì stiamo ricavando un nuovo circolino, che appunto chiameremo ‘Ri-circolino’. Sarà un luogo in cui fare attività comuni, a servizio delle famiglie che abitano nella cascina”. Sarà anche punto di distribuzione dei prodotti bio dell’Orto Sociale, orto condiviso nato per iniziativa di alcune associazioni e il Comune di Cesate, che sorge vicino alla Cascina Selva.  

Redazione: Dario Paladini, 27.09.018
Foto: Mirko Marizza

Marco Annicchiarico assiste la mamma malata di Alzheimer: “L’ironia ci aiuta nei momenti più difficili”

Marco Annichiarico racconta “storie di vita nella malattia” e gli stratagemmi che l’hanno aiutato “a non impazzire nei momenti più difficili”. Nei suoi scritti molti si riconoscono e con lui scambiano impressioni ed esperienze. E c’è chi nel quartiere dove abita ha cominciato a fargli visita.

“Racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili”. Marco Annicchiarico, prima della malattia della madre, viveva di scrittura, dato che è critico musicale, addetto stampa e creatore di siti web. “Di fatto ho dovuto smettere di lavorare per seguire mia mamma – aggiunge -. E non sono l’unico. Sono tantissimi i famigliari di malati di Alzheimer che perdono il lavoro“. Spesso i post di Marco strappano un sorriso o anche una risata al lettore. E grazie ai suoi racconti si finisce per conoscere Lucia e provare per lei simpatia e tenerezza. “Quando è un po’ che non pubblico post c’è che mi scrive per sapere come sta mia madre e mi chiede di salutargliela, anche se non l’hanno mai conosciuta”, sottolinea. Vive a Milano, zona Loreto: grazie ai suoi scritti si è creata intorno a lui e a sua mamma una rete di solidarietà. “Ci sono persone che abitano in quartiere e, dopo avermi letto, hanno deciso di venire ogni tanto a trovarci. È qualcosa che mi fa un piacere immenso, perché rompe la monotonia delle giornate e fa bene anche a mia mamma”.

I post di Marco vengono puntualmente rilanciati dal sito della Federazione Alzheimer Italia. “C’è chi mi ha fatto sapere che ha usato i miei racconti in un gruppo di psicoterapia in una casa di riposo e chi per fare in ospedale un laboratorio di scrittura con pazienti di geriatria oncologica”. La lettura dei post di Marco Annicchiarico sono istruttivi, soprattutto per chi non sa cosa vuol dire avere un genitore, un fratello o un partner affetto da demenza. Sono istruttivi per chi nelle istituzioni ha il compito di decidere le politiche sanitarie. E ai medici e infermieri la lettura dei post di Marco può far capire quali sono i pensieri e i sentimenti dei famigliari dei pazienti. Pensieri e sentimenti che quasi mai hanno il coraggio o la forza di dire. “Quando arriva la diagnosi di Alzheimer non si sa bene cosa fare – racconta Marco -. Si è impreparati. Io ho letto una trentina di libri per cercare di formarmi. Ma poi si è risucchiati dalle cose da fare. Mia mamma, per esempio, deve essere seguita sempre. In pratica sono 18 ore di sorveglianza, che condivido solo in parte con una badante. Trovare altre persone che riescano a capire cosa stai vivendo è importante”.
Marco si ritiene fortunato, comunque, perché i suoi amici di sempre non l’hanno abbandonato. “C’è stato un periodo in cui mia mamma si divertiva a registrare con il mio aiuto brevi video di saluto. Li mandavo ai miei amici e a sua volta loro rispondevano con altri video”. Amici che non solo passano a casa di Marco per far visita, ma sono presenti anche nei momenti più difficili. Come quando Lucia è finita al pronto soccorso. “Mi fanno accomodare in sala d’attesa – scrive il 19 maggio di quest’anno – e, quando si aprono le porte, sorrido perché alcuni dei miei splendidi amici mi hanno raggiunto per fare compagnia a me e a Lucia. Se si escludono mia zia e suoi figlio, non ho altri parenti o una famiglia accanto che mi aiuti. Forse per questo ho iniziato a pensare che, in fondo, la vera famiglia siano gli amici che ci si sceglie e che restano al tuo fianco qualunque cosa accada, giorno dopo giorno, anno dopo anno”.

Marco ha anche scritto una lettera al ministro dell’Interno Matteo Salvini. È uno dei post più letti (oltre 2 mila visualizzazioni). Oggetto: censimento rom. “I rom in Italia sono circa 170mila – scrive -, pari allo 0,23% della popolazione. I malati di demenza, invece, in Italia sono oltre 1 milione e 300 mila e le previsioni parlano di una cifra più che raddoppiata in poco meno di altri trent’anni. Un milione e trecentomila, lo sai meglio di me, sono più dell’1,5% della popolazione. Da un’analisi del Censis di qualche anno fa emerge che i costi diretti per l’assistenza, sicuramente lievitati in questo periodo, superano i 12 miliardi di euro mentre i costi indiretti sono quantificati in 33 miliardi e mezzo. Dubito che i Rom ci possano costare così tanto!”. E quindi il suggerimento: facciamo un censimento dei malati di demenza. “Questi dementi sono una minoranza in crescita e si mimetizzano nella società, a volte con la complicità dei familiari che li nascondono per non farli vedere. Ecco, fossi in te, punterei l’attenzione proprio su di loro. Se vuoi, ti posso aiutare io a iniziare questo censimento. È ora di finirla di dare loro soldi che poi sperperano in medicinali, pannoloni? o procaci badanti dell’est assunte in nero?. Ridai una dignità a questa nazione allo sbando e stoppa la demenza”.

Redazione: Dario Paladini, 12.9.018
Illustrazione tratta da “Una nonna tutta nuova” (Terre di mezzo Editore)

Il bar di Ventimiglia che rischia di chiudere per razzismo

Tutto è iniziato nell’estate del 2015 quando Delia ha visto delle donne con dei bambini che piangevano e dormivano sul marciapiede di fronte al suo bar tra la stazione e gli uffici comunali…

La signora al centro della foto è Delia, la proprietaria, e intorno ci sono le persone che hanno promosso una raccolta fondi perché nel suo bar possa continuare il suo lavoro tanto importante per la comunità migrante in transito a Ventimiglia.

Tutto è iniziato nell’estate del 2015 quando Delia ha visto delle donne con dei bambini che piangevano e dormivano sul marciapiede di fronte al suo bar tra la stazione e gli uffici comunali di Ventimiglia. Li raggiunge e li invita a entrare per riposarsi un po’, mangiare qualcosa e cambiarsi.
Oggi nel bagno del bar uno spazio per cambiare bambini e bambine con pannolini, assorbenti per le donne, spazzolini e dentifrici da viaggio. Delia raccoglie giocattoli usati e dentro il suo bar ha uno spazio giochi dedicata proprio all’infanzia. Non se la sente di chiedere soldi a chi a stento ha le scarpe per camminare. Si sparge la voce che il suo bar è un posto dove donne e bambini in stato di bisogno possono mangiare senza pagare e le persone migranti possono caricare i telefonini gratis.

I migranti hanno iniziato a fare del bar Hobbit una tappa del viaggio. I clienti italiani, invece, hanno smesso di frequentarlo, mettendo a repentaglio l’attività:

Dopo tre anni su 300 pubblici esercizi, a parte me ce ne sono adesso forse uno e mezzo che li fa sedere. Non li fanno entrare, non li vogliono, oppure mettono dei prezzi talmente alti per far sì che loro non abbiano la possibilità di sedersi.
A livello economico io ho avuto un crollo non indifferente. Pentita non lo sono, amareggiata sì, ma per l’ignoranza che c’è stata intorno. Devo dire grazie ai ragazzi, perché mi hanno fatto conoscere un mondo di persone solidali, di volontari e di persone ancora umane… (leggi e ascolta l’intervista su Radio Popolare)

Sosteniamo Delia! Andiamo a prendere il caffè nel suo bar, creiamo una rete solidale intorno a lei. Il suo bar si chiama Hobbit e si trova a Ventimiglia, in via Sir Hanbury 14. Chi abita lontano, può contribuire alla raccolta fondi.

Della storia di Delia ha parlato anche Elena Kaniadakis su La Repubblica (12.09.018)

 

Per ricordare Abba: 10° Festival antirazzista a Milano

Dal 7 al 16 settembre all’Arco della Pace e al Parco Sempione, ABBACUP Festival antirazzista, dedicato ad “Abba” Abdoul Guibre e a tutte le vittime del razzismo.

“Negro di merda”, e poi sprangate e botte: così venne ammazzato Abba il 14 settembre 2008 in via Zuretti a Milano, vicino alla Stazione Centrale.

Da quel momento il movimento antirazzista milanese lo ricorda, e per il decimo anniversario promuove 10 giorni di Festival Antirazzista con iniziative e appuntamenti per adulti e bambini:

dal 7 al 16 settembre all’Arco della Pace e al Parco Sempione, ABBACUP Festival antirazzista, dedicato ad “Abba” Abdoul Guibre e a tutte le vittime del razzismo.

Hashtag ufficiale #AbbaVive

Domenica 16 settembre, giornata dedicata ai bambini. Nel pomeriggio, libri e laboratori, a cura di Oasi del piccolo lettore, in collaborazione con Terre di mezzo Editore.

A Pieve S. Stefano (AR) venerdì 14 settembre, presentazione del libro Parole oltre le frontiere. Dieci storie migranti, la raccolta dei diari finalisti del Premio DiMMi, il concorso nazionale dedicato ai racconti di vita delle persone migranti residenti o soggiornanti in Italia: “Racconti – come scrive Alessandro Triulzi nella prefazione del libro – che sono la storia vissuta dell’Italia dalle molte lingue e culture che cresce lentamente, quasi sotterraneamente, intorno a noi con spinte e pulsioni che a volte determinano reazioni di paura e chiusura, ma altre volte coinvolgono comunità, gruppi, individui e istituzioni che fanno dell’accoglienza la cifra più visibile del loro stare nel mondo contemporaneo”.

lntanto, al Festival Internazionale del cinema di Venezia, il corto “Io sono Rosa Parks”, che racconta le storie di italiani senza cittadinanza,  vince il #premio per la categoria “seconde generazioni” Sezione #MigrArti. E il giovane Bagya Lankapura, nato a Napoli da genitori dello Sri Lanka, perfetto rappresentante delle “seconde generazioni”, si è aggiudicato il Premio Mutti – AMM 2018, dedicato ai registi migranti attivi in Italia; riceverà i fondi per realizzare “La voliera”, una storia incentrata sulle difficoltà nei rapporti con i genitori “che hanno fatto il viaggio”, raccontando l’incapacità di un padre di comprendere e accettare la relazione della figlia con un ragazzo.

#IosonoRosaParks, prodotto da Angelika Vision in collaborazione con Arising Africans e #ItalianiSenza Cittadinanza”, scritto e diretto da A. Garilli. Prima nazionale al Festival di Venezia.

“Come sarebbe il mondo senza denaro?” Incontro annuale Bilanci di Giustizia

Si terrà a Stresa, sul Lago Maggiore, il raduno nazionale di Bilanci di Giustizia. I temi affrontati saranno economia senza denaro, monete complementari, strumenti di cambiamento e consumo etico, soprattutto per i giovani.

Si terrà a Stresa, sul Lago Maggiore, il raduno nazionale di Bilanci di Giustizia. I temi affrontati saranno economia senza denaro, monete complementari, strumenti di cambiamento e consumo etico, soprattutto per i giovani. Quali sono le alternative pratiche e quotidiane a uno stile di vita che crea ingiustizia sociale, inquinamento e ci fa spendere un sacco di soldi?

Perché Bilanci di Giustizia? Anzitutto, perché parte tutto da una semplice analisi delle proprie entrate e uscite. Quanto spendo per i miei consumi? Quali sono quelli superflui e quelli realmente necessari? Quanto devo guadagnare per permettermi lo stile di vita che conduco? Ne vale veramente la pena? Migliaia di persone l’hanno fatto in tutta Italia, hanno cambiato il loro stile di vita e si sono unite in una rete, attraverso la quale si confrontano, si supportano e diffondono questo modello che, oltre a essere più etico e sostenibile, garantisce anche maggiori redditi, più tempo libero e una qualità della vita più elevata.

Come ogni anno, a fine agosto si ritroveranno a Stresa per il raduno annuale della rete. Si svolgeranno incontri su temi come l’economia senza denaro e le monete complementari, dando spazio alle nuove generazioni e alle esperienze concrete portate dai bilancisti, in modo da fornire ai partecipanti gli strumenti per poter cominciare a cambiare la loro vita da subito, a partire dai piccoli gesti quotidiani.

L’edizione 2018 sarà arricchita dalla partecipazione di Italia Che Cambia, che documenterà l’evento per dare maggiore forza alle esperienze di Bilanci di Giustizia. L’obiettivo è diffondere questo modello di “economia domestica” per far capire a quante più persone possibile che cambiare conviene, sia dal punto di vista economico che da quello ecologico, ed è più facile di quanto possa sembrare!

Scarica il volantino con il programma.

Francesco Bevilacqua, Italia che cambia, 11.07.018

 

“Milano che pedala”… in ventimila foto

La mia città pedala è uno straordinario album fotografico su Flickr, un racconto per immagini di chi siamo e che cosa facciamo quando siamo in bici. Come sono cambiate le nostre bicicletta e come è cambiata Milano attorno a noi. Con il vostro aiuto, diventerà una mostra per Milano Bike City (settembre 2018).

La mia città pedala è uno straordinario album fotografico su Flickr, un racconto per immagini di chi siamo e che cosa facciamo quando siamo in bici. Come sono cambiate le nostre bicicletta e come è cambiata Milano attorno a noi. Ci dice di quanti sorridono e quanti invece hanno il broncio, dei cestini con i fiori, di chi è in giacca-e-cravatta, delle gonne e delle cuffie. Insomma: siamo proprio noi, al naturale.

Visto che tutto è nato per caso e che non c’era nessun progetto dietro questi scatti, si tratta di fotografie difficilmente utilizzabili e meno che meno pubblicabili altrove senza un’esplicita autorizzazione da parte di chi è stato fotografato.

Agli amici di Milano Bike City piacerebbe realizzare una mostra della Milano che pedala e allora ci chiede di sfogliare l’album su Flickr e se vi riconoscete di mandarci un’email con il vostro nome e cognome all’indirizzo milano.pedala@gmail.com specificando l’indirizzo della foto (basta fare copia-e-incolla dalla barra del browser); vi scriveranno  poi noi per dirvi che cosa vorremmo fare con la vostra foto e chiedendovi tutte le opportune autorizzazioni.

Sfogliate l’album, fatelo sfogliare ai vostri amici, chiedete loro di scrivere, se si riconoscono.

Insomma: abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per trasformare questo racconto così spontaneo e intenso in un momento pubblico di riflessione e svago sulla Milano che pedala.

Grazie da parte di #MilanoBikeCity.

Paolo Piacentini racconta La Lunga Marcia nelle Terre Mutate

27 giugno – 8 luglio 2018: a piedi da Fabriano a L’Aquila per percorrere e promuovere il Cammino nelle Terre Mutate, un progetto di turismo lento per stimolare il ritorno nelle zone colpite dal sisma.

Le persone che con coraggio vivono nelle zone terremotate del Centro Italia temono, sopra ogni cosa, di essere dimenticate. Un gruppo di camminatori ha percorso, dal 27 giugno all’8 luglio, oltre 200 chilometri toccando 12 tra i comuni più colpiti di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo: Terre Mutate dal sisma, appunto. Un camminare tra paesaggi bellissimi e tanta distruzione per riaccendere i riflettori e per tracciare il primo percorso naturalistico e solidale. “Abbiamo incontrato persone determinate e che stanno soffrendo ancora molto, soprattutto dal punto di vista psicologico”, racconta Paolo Piacentini, presidente di Federtrek, che insieme a Movimento Tellurico e Ape (Associazione proletari escursionisti) Roma, ha organizzato questa “Lunga marcia nelle terre mutate”. “Ci hanno raccontato, ed è sotto gli occhi di tutti, che la ricostruzione sta andando a rilento, anche per colpa di una burocrazia sfinente”. “Il nostro obiettivo è creare un cammino solidale permanente -sottolinea Piacentini-. Insieme ai comuni e alle persone del luogo stiamo individuando i percorsi e i luoghi di accoglienza. Ci sono aree più devastate e altre meno. Quasi in tutti i comuni ci sono comunque strutture che possono o potrebbero dare ospitalità”.

Servizio del Tg3 sull’arrivo a L’Aquila della Lunga Marcia nelle Terre Mutate, 8 luglio 2018

 

Da Fabriano a L’Aquila, passando per Matelica, Camerino, Fiastra, Ussita, Visso, Campi di Norca, Norcia, Castelluccio di Norcia, Arquata del Tronto, Accumoli, Amatrice, Campotosto, Collebrincioni. Si attraversano due parchi nazionali: quello dei Monti Sibillini e quello del Gran Sasso e Monti della Laga. “L’idea è quella di un turismo lento, consapevole e rispettoso”, aggiunge. Quindi niente turismo del dolore, no selfie sulle macerie. Piuttosto il desiderio di conoscere la storia e i progetti di chi ha scelto di non abbandonare queste terre stupende. Come Assunta di Campotosto, giovane appassionata di tessitura, che prima del terremoto ha riportato in vita antichi telai e ora continua con la sua attività.

Oppure Katia ad Accumuli, che non ha lasciato il suo agriturismo Alta Montagna Bio, nonostante i danni subiti, e continua con i suoi quattro figli e il marito nell’allevamento di vitelli e maiali. E poi c’è Gino che ad Arquata ha aperto un ristorante. Lungo i 200 chilometri della Marcia nelle terre mutate è possibile incontrare tanti personaggi come Assunta, Katia o Gino. “Chi vuole può andarci, ma prima si informi beni sui percorsi e le strutture disponibili all’accoglienza”, avverte Piacentini. Il percorso tracciato diventerà una guida di Terre di mezzo. Intanto si può consultare il sito www.movimentotellurico.it oppure contattare direttamente l’associazione. 

Dario Paladini, Redattore Sociale, 11.07.018
Foto: Cristina Menghini, L’Italia nello Zaino

Vuoi approfondire? Paolo Piacentini è autore di “Appennino atto d’amore. La montagna a cui tutti apparteniamo” (Terre di mezzo Editore), prefazione di Paolo Rumiz.

TG TV2000 12 luglio edizione delle 12

Galleria fotografica Fa’ la cosa giusta! 2018

Ecco la galleria fotografica: un piccolo assaggio di quello che è stato, e un invito a scoprire con noi quel che sarà, dall’8 al 10 marzo 2019, Fa’ la cosa giusta! sedicesima edizione.

… ma dove la trovate, un’altra Fiera con tutto questo dentro?!?
700 espositori 32mila, 10 sezioni tematiche, 17 aree speciali, 450 appuntamenti nel programma culturale, 300 volontari, 91mila visitatori.  Tanta, bellissima gente!

Ecco la galleria fotografica: un piccolo assaggio di quello che è stato, e un invito a scoprire con noi quel che sarà, dall’8 al 10 marzo 2019, Fa’ la cosa giusta! sedicesima edizione.
Vuoi diventare nostro espositore? Iscriviti ORA, sconto 20%, solo per luglio.

 

 

 

I nomi delle 34.361 vittime della Fortezza Europa

Pubblicati sui giornali di venerdì 22 giugno 2018: Il Guardian in Gran Bretagna, il Tagesspiegel in Germania, il manifesto in Italia. Per ciascun migrante il nome, il paese di provenienza, la fine del viaggio. E’ l’elenco più completo oggi esistente, realizzato dalla Ong Olandese United for Intercultural Action.                         Non è solo l’operazione giornalistica che importa di per sé,…

Pubblicati sui giornali di venerdì 22 giugno 2018: Il Guardian in Gran Bretagna, il Tagesspiegel in Germania, il manifesto in Italia. Per ciascun migrante il nome, il paese di provenienza, la fine del viaggio. E’ l’elenco più completo oggi esistente, realizzato dalla Ong Olandese United for Intercultural Action.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è solo l’operazione giornalistica che importa di per sé, ma la necessità che sottende: quella di una diversa narrazione. Un bel pezzo a firma di Antonio Prete, su Doppiozero, invita a riflettere su alcune parole che nel nostro tempo sono offese, straziate, svuotate di senso. Parole ritenute altro dalla politica:

“Una parola di dieci lettere è il territorio dell’OSPITALITA’. Proteggi ciascuna di quelle lettere. Poiché dappertutto, intorno, c’è l’inferno, il sangue, la morte”. Così lo scrittore Jabès nel suo libro dell’addio alla scrittura, e alla vita, Le livre de l’hospitalité. Dappertutto, anche nella lontananza dalla guerra, c’è un’insidia: quella di addomesticare l’orrore, di abituarsi al tragico, di non avvertire più lo scandalo per la distruzione dell’umano. Colui che fugge dalla guerra, dalla condanna all’estinzione per fame o per violenza, pensa, o spera, che la parola ospitalità abbia altrove ancora un suo senso, sia appunto protetta nelle sue singole lettere, perché intorno c’è l’inferno.

Il diritto all’orizzonte è figura di ogni altro diritto. Ostruire l’orizzonte, costruire muri, è sottrarre il cielo allo sguardo, e ai pensieri. Il muro si oppone all’orizzonte, alla ricerca d’orizzonte che è in ogni cammino, in ogni movimento verso un approdo. “Il muro è il silenzio più duro. Negare il muro”, scrive Jabès in un altro suo libro intitolato Le parcours. Abbattere il muro è liberare l’orizzonte alla vista. Restituire il rapporto con il cielo, con la lontananza, con le nuvole. Il rapporto che appunto definisce colui che è in cammino. E l’ospitalità, altro non è che un “incrocio di cammini”. (leggi l’articolo in versione integrale)