Una sentenza racconta l’orrore dei migranti nei campi di detenzione in Libia

Sono 123 pagine che grondano dolore. Le motivazioni della sentenza con cui la Corte di Assise di Milano ha condannato all’ergastolo Osman Matammud, il somalo 22enne accusato di aver gestito per oltre un anno il campo di Bani Walid (a circa 150 chilometri da Tripoli), raccontano l’orrore della violenza che centinaia di migranti hanno subito (e subiscono) in Libia. Sono 17 le vittime che hanno portato la loro testimonianza al processo, che si è svolto nei mesi scorsi. Osman era stato riconosciuto, il 26 settembre scorso, da alcuni migranti vicino all’Hub di via Sammartini a Milano (da dove i profughi venivano smistati nei vari centri di accoglienza milanesi) e lo avevano fatto arrestare dalla Polizia locale. I giudici della Corte hanno ritenuto i loro racconti attendibili, sostenuti anche dalla perizia medica sulle loro cicatrici effettuata dal Centro antiviolenza della clinica Mangiagalli e da un medico legale. L’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), che si era costituita parte civile, ha deciso di pubblicare sul sito web le motivazioni della sentenza (depositate alcuni giorni fa), perché ciascuno possa “rendersi conto” e “nessuno possa più dire di non sapere”. “Il dibattito sulle politiche di riduzione dei flussi migratori -sottolinea l’Asgi- non può non tenerne conto: la politica di impedire con ogni mezzo gli arrivi in Italia dalla Libia significa condannare gli stranieri a rimanere in quei medesimi centri che riconosciamo ufficialmente luoghi di tortura e di morte”.

I 17 migranti hanno raccontato che una volta giunti in Libia, dopo un viaggio nel deserto su pulmini o pick up scortati da uomini armati appartenenti a organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, finivano nel campo di Bani Walid. Qui rimanevano rinchiusi fino a quando i famigliari non inviavano i soldi necessari a pagare il viaggio. E per convincerli, Osman Matammud chiamava al cellulare i famigliari alla presenza dei suoi “prigionieri”.

Una della sue vittime ha raccontato che “durante la telefonata ai familiari era stato legato mani e piedi e che una volta ottenuto il collegamento con il fratello, l’imputato aveva cominciato a picchiarlo -si legge nelle motivazioni della sentenza-. Qualche volta era persino capitato che l’imputato picchiasse le persone fino a farle sanguinare e poi scattasse delle foto con il cellulare che inoltrava alle loro famiglie a scopo intimidatorio”. Dalle testimonianze emerge che Osman “non solo durante le telefonate ai familiari, non solo per punire il migrante per qualcosa, ma senza motivo, anche all’interno del capannone, percuoteva i suoi prigionieri con bastoni, tubi di plastica, spranghe che aveva con sé e che agitava a destra e a sinistra colpendo chiunque si trovasse nei paraggi”. Nel campo di Bani Walid erano rinchiusi circa 500 migranti, costretti a restare all’interno di un capannone, dove non avevano lo spazio per muoversi, né potevano parlare. Fuori c’erano due bagni, aperti solo di giorno. C’era poi una stanza delle torture. Osman “usava anche l’acqua per tormentare i prigionieri che venivano appesi a testa in giù con mani e piedi legati. A chi urlava, veniva messa la sabbia in bocca”. C’era poi il sistema della plastica sciolta: “consisteva nel bruciare delle buste di plastica con un accendino e poi lasciare colare la plastica incandescente sulla pelle del malcapitato”. Le donne venivano sistematicamente violentate. Ad Osman sono stati anche attribuiti 13 omicidi: chi aveva famigliari che tardavano a inviare i soldi finivano per essere uccisi. Come due ragazzi appena ventenni, che dopo essere stati più volte picchiati brutalmente, sono stati impiccati e i loro corpi sono stati lasciati tra i migranti nel capannone con ancora le corde al collo come “insegnamento affinché gli altri pagassero subito i soldi”.

Le torture nel campo di Bani Walid non sono un caso isolato. I giudici della Corte di Assisi di Milano scrivono infatti che dai racconti delle vittime “è emerso che anche in altri campi e persino nelle prigioni libiche il trattamento che subivano era in buona parte paragonabile a quello che è stato ora attribuito” a Osman e ai suoi guardiani. Ecco quindi perché è importante che le motivazioni della sentenza siano rese pubbliche e fatte conoscere. “Tale orrore oggi ha trovato riconoscimento in una sentenza di un giudice italiano”, scrive Asgi. 

Redazione: Dario Paladini, 4.01.018

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