Giornata mondiale del rifugiato 2017, intervista all’UHNCR

Cresce il numero dei rifugiati nel mondo: nel 2016 le persone costrette ad abbandonare la propria casa per guerra o persecuzione sono state 65,6 milioni. Un numero record, come riporta uno studio dell’Unhcr pubblicato in occasione della Giornata del rifugiato che si celebra oggi. Ma mentre peggiora la situazione dei migranti forzati nel mondo, crescono anche xenofobia e razzismo nei paesi europei. E in Italia destano particolare preoccupazione le condizioni di accoglienza in alcune città, a partire dalla capitale, come spiega Carlotta Sami, portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa in questa intervista a Redattore sociale.

Secondo l’ultimo rapporto pubblicato ieri dall’Unhcr il numero dei rifugiati nel mondo ha raggiunto un numero record. Quali sono le situazioni che destano maggiore preoccupazione?
Oggi ci sono nel mondo 65,6 milioni di rifugiati, circa 300 mila in più rispetto al 2015. Negli ultimi trent’anni si è passati da circa 34 milioni di rifugiati a oltre 65 milioni. L’incremento è stato veramente impressionante. Quello che colpisce è che la maggior parte di questi rifugiati e sfollati sono ospitati in paesi che non sono ricchi, ma poverissimi. In questo senso le due situazioni che preoccupano di più sono la Siria e il Sud Sudan. La Siria ha fuori dal suo paese circa 12 milioni di persone. Ma la crisi che si sta accelerando più velocemente nella sua gravità è quella del Sud Sudan, dove ci sono quasi quattro milioni di persone in fuga. Che prevalentemente sono ospitate in Libano: qui la proporzione è di un rifugiato ogni 100 persone. Molti dei rifugiati dal Sud Sudan sono scappati in Uganda e il paese oggi ospita 1 milione di rifugiati. Siamo preoccupati anche dal fatto che queste crisi si protraggano nel tempo.

La maggior parte dei rifugiati viene ospitata nei paesi limitrofi, eppure in Europa si evoca sempre già spesso lo spettro dell’invasione e continua a essere forte la retorica anti-immigrati. A Bruxelles c’è un braccio di ferro in corso nella discussione del nuovo regolamento Dublino che si poggia proprio sul rifiuto di alcuni paesi di condividere l’accoglienza di queste persone. Quali conseguenze ha tutto questo sulla gestione del fenomeno migratorio?
Questa retorica anti-immigrati è nata nel 2015. Dopo la crisi dei rifugiati sulla rotta balcanica, si è creato una sorta di corto circuito che per alcuni paesi sta funzionando ancora positivamente, perché fa leva su quello che sembra un fenomeno ingestibile. In realtà ora il fenomeno si è molto ridotto, dalla chiusura della rotta balcanica sono sempre meno le persone che arrivano illegalmente sul territorio europeo eppure i discorsi xenofobi e razzisti non svaniscono. Sono come dei semi che una volta lanciati fanno crescere paura e risentimento, e che di fatto continuano a creare esclusione. Questo si riverbera sulle spalle dei rifugiati che già si trovano in Europa e su quelli che stanno arrivando. Nel lungo periodo si crea un danno grave, come nel caso della riforma Dublino e del programma di relocation, perché si indebolisce l’Europa e la capacità di creare soluzioni: con i mezzi che ha l’Europa potrebbe gestire benissimo il fenomeno, creando canali legali di ingresso e favorendo ricongiungimenti familiari. Pensiamo solo che in Europa risiedono due milioni di rifugiati, mentre ce ne sono 1 milione nella sola Uganda. Ad aumentare sono anche le domande d’asilo: al mondo i tre principali paesi che hanno ricevuto il maggior numero di richieste sono Germania, Stati Uniti e Italia. Anche questa è una conseguenza di quello che è avvenuto nel 2015.

Proprio nel nostro paese continuano ad esserci situazioni difficili nelle città. A Roma ci sono persone con regolare permesso che sono in strada anche in conseguenza di sgomberi fatti senza proporre un’alternativa. Come giudicate la situazione nella Capitale?
Proprio ieri abbiamo reiterato una richiesta urgente al Comune di Roma perché metta in piedi un piano di interventi sociali per i rifugiati. La situazione di Roma ci preoccupa moltissimo: ci sono moltissimi richiedenti asilo che si trovano fuori accoglienza. Noi riteniamo che non sia più il caso di chiamarli transitanti perché si tratta di persone che stanno cercando di entrare nel sistema di accoglienza, in alcuni casi ne sono usciti anche per le informazioni contraddittorie che hanno ricevuto o perché non hanno capito fino in fondo la possibilità di entrare nel programma di relocation. Nella capitale ci sono quindi migliaia di rifugiati regolari che si trovano nelle occupazioni: è una situazione che è peggiorata negli anni e a cui va data una soluzione. Attualmente l’ultimo sgombero a via Vannina ha messo per strada altre 500 persone, tra cui anche bambini. E’ uno scacco per l’integrazione di queste persone, sono bambini che vanno a scuola regolarmente e che ora si trovano per strada. Questa è una privazione della dignità, per questo chiediamo che il Comune trovi una soluzione.

Anche a Ventimiglia si sta ricreando una situazione preoccupante, con persone che dormono in strada e migranti che perdono la vita nel tentativo di attraversare la frontiera.
La situazione di Ventimiglia va tenuta sotto controllo perché aumentano le persone che cercano di passare il confine e ci sono sempre più morti. In tutta Europa negli ultimi mesi si sono registrate 35 vittime della frontiera, almeno 10 di queste morti sono avvenute tra Italia e Francia, o Italia e Austria. E’ importante che città come Roma aiutino in questo senso, perché Roma è uno snodo molto importante.

In foto:  l’installazione S.O.S. Save Our Souls, l’igloo-rifugio di Achilleas Souras realizzata con i giubbotti di salvataggio abbandonati da rifugiati e migranti. L’opera sarà esposta contemporaneamente al MAXXI (fino al 25 giugno), al Museo del Domani di Rio de Janeiro e a Barcellona, al El Born Centre Cultural.

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