Sosteniamo tutti la petizione per l’infanzia negata dei bambini rifugiati

Fa’ la cosa giusta! aderisce e promuove la petizione “Bambini rifugiati senza infanzia”:

Dalla fuga dalla guerra, allo sfruttamento in fabbrica. Ecco il destino a cui possono andare incontro i bambini rifugiati siriani che hanno raggiunto la Turchia. Lunedì 23 maggio 2016 abbiamo potuto vedere con i nostri occhi nell’inchiesta video “La fabbrica dei bambini” di Valentina Petrini e Gabriele Zagni, trasmesso da Piazzapulita, quanto lo sfruttamento dei minori non sia un rischio, ma una realtà senza pudore nei laboratori calzaturieri e nelle fabbriche tessili in Turchia.

Non possiamo accettare che ai piccoli profughi siriani, schiavi bambini, che lavorano fino a 12 ore al giorno, venga rubata l’infanzia,  il diritto di andare a scuola, di giocare, disegnare, correre, stare insieme agli amici.

CHIEDIAMO CON FORZA CHE L’UNIONE EUROPEA E IL PARLAMENTO ITALIANO SI IMPEGNINO PER PORRE FINE ALLO SFRUTTAMENTO CHE PRIVA I BAMBINI DELL’INFANZIA. ORA!

FIRMA E FAI FIRMARE ANCHE TU: VAI ALLA PETIZIONE, SU CHANGE.ORG

All’appello hanno già aderito: Albatros, A.ME.LIN.C. onlus, Amici del Parco Trotter, Amnesty International,  ANPI Crescenzago, Asnada,   Associazione Fiorella Ghilardotti, Crinali, Codici, Comitato Genitori della Casa del Sole, Dipartimento Politiche dell’Immigrazione della Camera del lavoro di Milano, Emergency Milano, Fa’ la cosa giusta!, Festival della Letteratura di Milano, Flc CGIL Milano, Fondazione Progetto Arca onlus,  IBVA-Centro Italiano per Tutti, Insieme adesso-Educatrici del Comune di Milano per Emergenza profughi, La Grande Fabbrica delle Parole, Libellula-libri per crescere, Mamme a scuola onlus, Mondo Aperto Piacenza, NonUnodiMeno, Orchestra di Via Padova, Progetto Integrazione, Retescuole, Tempo per l’infanzia, Terre di mezzo, Terrenuove, Una Casa anche per Te onlus, Villapallavicini

 

Approfondimenti:

“Una generazione persa” (di Emanuele Valenti, Radio Popolare, 22.06.016):
Gaziantep, una grossa città turca non lontano dalla frontiera, ospita centinaia di migliaia di siriani ed è un ottimo esempio delle condizioni in cui vive la maggior parte dei minori siriani. Nel distretto industriale di Kusget si incontrano tantissimi bambini. Lavorano nelle officine meccaniche, nelle fabbriche di scarpe, nei capannoni dove si costruiscono edifici prefabbricati. Iniziano a lavorare alle otto di mattina e vanno avanti fino alle otto si sera. Molti hanno solo sette anni, ma il loro stipendio, spesso non più di venti euro alla settimana, è indispensabile per aiutare le loro famiglie. Le scuole pubbliche turche hanno accettato diversi studenti siriani, ma salvo rare eccezioni non li fanno studiare con i loro coetanei turchi. Gli istituti che hanno accolto i minori siriani li fanno studiare al pomeriggio, mentre i ragazzi turchi vanno a scuola al mattino. I bambini che lavorano a Gaziantep hanno negli occhi un’infanzia passata troppo in fretta. Sono concentrati su quello che fanno, in maniera ripetitiva, per 10/12 ore al giorno. Spesso raccontano di non sentir la mancanza della scuola, ma come tutti i minori siriani sono ormai la perfetta fotografia di una generazione persa, la prima vittima della guerra in Siria. (leggi tutto)

“Quanto costa un paio di jeans prodotto senza far male a nessuno?” (Il Post, 21 giugno 2016):
Se li avete pagati meno di 20 euro, vengono probabilmente da fabbriche che mettono a rischio la sicurezza dei lavoratori e l’ambiente. La rivista Refinery29 ha pubblicato un articolo della giornalista Alden Wicker, che cerca di capire quanto costerebbe un paio di jeans realizzato senza sfruttare o mettere in pericolo chi lo fa. Oltre allo sfruttamento dei lavoratori, ci sono altri modi scorretti con cui un’azienda può risparmiare sul costo dei jeans: riguardano soprattutto le tecniche di produzione. Per esempio, il 90 per cento di quelli prodotti in Cina viene colorato di blu con una tintura sintetica ricavata da catrame e agenti tossici, e comunque la tintura più diffusa ed economica per i jeans contiene lo zolfo ed è dannosa sia per i lavoratori che per l’ambiente. Project Just, un sito che ha lo scopo di informare le persone su come vengono prodotti i capi di abbigliamento, ha preso in considerazione 69 aziende che fabbricano jeans e ne ha analizzato il processo di produzione; solo 4 hanno passato il test di eticità. (leggi tutto)

Rita Dalla Rosa, “Vestiti che fanno male. A chi li indossa, a chi li produce” (Terre di mezzo Editore): “coloranti, candeggianti, ammorbidenti e antimuffa sono agenti responsabili di irritazioni e allergie o, addirittura, tossici per l’organismo.  Senza dimenticare che abiti e tessuti possono far male anche a chi li produce e all’ambiente: per un paio di jeans, per esempio, servono oltre 13 mila litri d’acqua e chi lavora nel processo di sabbiatura per “invecchiare” il tessuto è a rischio di silicosi.”

vestiti

 

 

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