Gara di solidarietà nel quartiere per Martina, pittrice e senza dimora

Mai pensare che per una persona non ci sia speranza. È la lezione che viene dalla storia di Martina, pittrice nata 49 anni fa nella Repubblica Ceca, “residente” fino a pochi giorni fa su una delle panchine dei giardinetti di via Magolfa a Milano (zona Navigli).

Stava seduta immobile su una delle panchine dei giardinetti di via Magolfa sotto la pioggia. Ma c’è chi non è rimasto indifferente e si è fermato per aiutarla. Un incontro raccontato sulla social street e si è scoperto che già altri tentavano di aiutarla. Ne è nata così una rete di solidarietà che ha mosso anche le istituzioni. Ora Martina è ricoverata al Niguarda: “È come rinata. Cercheremo di farla restare nel quartiere, perché ha bisogno di persone che le vogliano bene”.

Intorno a lei si è creata una rete di solidarietà, grazie a un gruppo di cittadini che non si voltano dall’altra parte di fronte alla sofferenza e alla social street “San Gottardo Meda Montegani”, che con il tam tam digitale ha innescano una mobilitazione per aiutarla. “Un giorno, a fine ottobre, mentre passavo per via Magolfa ho notato questa donna seduta sulla panchina, fradicia per la pioggia che tremava come una foglia -racconta Francesca Baccani, chef che abita poco distante-. Ho chiamato il 118 e mi hanno risposto di chiederle se aveva bisogno di un’ambulanza. Lei mi ha detto: ‘No grazie. Mi basterebbe un caffé caldo’. Quella sera le ho portato una zuppa e delle bevande calde. Ho poi scritto sulla social street di questo mio incontro e ho scoperto che tanti la conoscevano, che avevano tentato più volte di aiutarla. Ma, soprattutto, molti spontaneamente sono andati nei giorni successivi a offrirle bevande calde, coperte, vestiti”. Il problema, però, è che Martina non voleva schiodarsi da quella panchina. C’è chi era disposto a pagarle l’affitto di una casa. Spesso rifiutava gli aiuti. “Sempre gentilissima, ma era come sprofondata in un gorgo dal quale non riusciva a risalire -aggiunge Francesca-. A un certo punto aveva un piccione morto sulla spalla ma non voleva che glielo togliessimo”.

Mentre ogni giorno c’era qualcuno che andava a trovare Martina ai giardinetti, è cominciato anche il pressing sui servizi sociali e sulla Polizia locale del Municipio 6. “Li abbiamo tempestati di telefonate. Ci siamo rivolti anche al Centro aiuto del Comune -aggiunge Francesca-. Noi certo potevamo portare bevande calde, ma ci voleva anche un intervento delle istituzioni”. Tra l’altro, il caso di Martina era già noto ai servizi sociali e al Centro aiuto del Comune, perché nell’inverno scorso era stata fatta ricoverare in ospedale.

Dimessa, era tornata alla sua panchina. Francesca e altri residenti della zona si sono ritrovati anche alla Portineria 14 per decidere cosa fare per aiutare Martina. Portineria 14 è un bistrot che oltre a servire caffé, aperitivi e piatti veloci, è anche un luogo di ritrovo, di passaggio, di appoggio per chi abita o lavora al Ticinese: offre gratuitamente una serie di servizi tipici di una portineria, dal ritiro dei pacchi al deposito dei doppioni delle chiavi. E promuove iniziative di solidarietà tra i residenti del quartiere. Il pressing alla fine ha dato risultati. Il 10 novembre Martina è stata ricoverata al Niguarda. “Dopo qualche giorno siamo andati a trovarla -ricorda Francesca-. E ci ha accolto con un grande sorriso: ‘Ecco le mie amiche’, ha detto. È una donna molto bella e l’abbiamo trovata completamente trasformata, come rinata”. Le hanno portato pennelli e colori, perché possa tornare a dipingere.

Non è chiaro cosa farà e dove andrà Martina quando verrà dimessa. L’ospedale e il Comune stanno valutando quale alternativa alla strada offrirle. Probabilmente l’ospitalità in un appartamento protetto. “Cercheremo di fare in modo che resti nel quartiere, perché Martina ha bisogno di essere circondata da persone che le vogliano bene -sottolinea Francesca-. Finora le cose sono andate bene perché c’è stata una mobilitazione dei cittadini insieme alla istituzioni. E questa formula deve continuare anche quando Martina sarà dimessa”. Una formula che può funzionare sempre, non solo per Martina. Una formula replicabile da tutti, in ogni quartiere della città.

Redazione: Dario Paladini, 17.11/018

Una maschera per far bene alla pelle e all’ambiente

Lo sapevate? Una parte dell’inquinamento rilevato in acque e mari è causato da residui dei prodotti che usiamo per l’igiene e la cosmesi. A Contengono particelle microscopiche di sostanze (in particolare il polietilene, indicato con la sigla PE) che non vengono filtrate dai sistemi di depurazione e dunque finiscono direttamente nei fiumi, negli oceani e risalgono la catena alimentare, contaminando gli ecosistemi naturali.

Lo sapevate? Una parte dell’inquinamento rilevato in acque e mari è causato da residui dei prodotti che usiamo per l’igiene e la cosmesi.  Contengono particelle microscopiche di sostanze (in particolare il polietilene, indicato con la sigla PE) che non vengono filtrate dai sistemi di depurazione e dunque finiscono direttamente nei fiumi, negli oceani e risalgono la catena alimentare, contaminando gli ecosistemi naturali.

Il tema comincia a farsi strada nel pubblico dibattito e anche nella ricerca: Novamont, ad esempio, ha brevettato CELUS-BI® FEEL, materiale completamente biodegradabile che adatto ad essere usato come componente tra gli ingredienti, al posto del PE, dalle aziende di cosmesi che decidessero di convertire la produzione secondo criteri di sostenibilità ambientale.

Noi,da consumatori, cosa possiamo fare? Cimentarsi nell’autoproduzione è una buona idea, per chi “ci sa fare”.  E poi compiere scelte di acquisto consapevoli, sempre, anche per quanto riguarda i prodotti di cosmesi:

Una volta che scoprirete come destreggiarvi nella comprensione degli INCI, vi sembrerà inaccettabile spalmare sulla vostra pelle elementi come petrolio e silicone. Ebbene sì: quando leggete Paraffinum Liquidum, Paraffin, Mineral Oil, Petrolatum o Vaseline avete la certezza che il prodotto contiene ingredienti derivati dal petrolio. Così come se leggete Dimethicone oppure Cyclopentasiloxane siete di fronte a siliconi, abbastanza facili da riconoscere perché i loro nomi terminano sempre con i suffissi -one o -xane.

I primi, i derivati del petrolio, lasciano la pelle all’apparenza morbida, ma essendo con essa incompatibili, alla lunga la soffocano, non permettendole di traspirare. I secondi creano un film su pelle e capelli che li faranno apparire lucidi e nutriti, quando in realtà subito sotto la superficie i nostri capelli e la nostra pelle si stanno seccando e denutrendo.

Ma i nemici non finiscono qui! Polimeri sintetici, tensioattivi, conservanti, profumi sintetici, coloranti sono tutti elementi potenzialmente allergizzanti e da evitare.

Con Valerio, di Allegro Natura (storico espositore della nostra Fiera) prepariamo la MASCHERA ALL’ARGILLA VERDE:

Ingredienti
Per 200 g

FASE A
argilla verde –117 g
FASE B
idrolato di melissa -80 g
estratto glicerico di genziana -2 g
FASE C
o.e salvia -0,4 g
o.e lavanda -0,4 g
o.e limone -0,2 g
FASE D
acqua q.b

 Trasferire la quantità necessaria di argilla verde in un recipiente.
– Aggiungere ad essa l’idrolato di melissa e l’estratto glicerico di genziana (fase B). Mescolare accuratamente con minipimer
o frusta o spatola per ottenere una superficie liscia e regolare
– Infine, aggiungere il resto degli ingredienti uno alla volta (fase C), mescolando bene tra ogni aggiunta.

Nota1: aggiungere acqua a piacimento per ottenere la consistenza più gradita.
Nota2: il pH della preparazione è di circa 5-5.5

Misurare il ph mediante un phmetro o le cartine tornasole, in caso in cui il ph non sia tra 5 e 5.5 regolarlo con:
• soluzione di soda caustica al 30% qualora il ph sia maggiore di 5.5
• acido lattico o citrico qualora il ph sia inferiore di 5

ATTENZIONE! Lavorare mediante pipetta graduata e aggiungere una goccia o due per volta!
MODO D’USO Applicare due volte a settimana evitando la zona occhi, tenere in posa per 5/10 minuti e poi risciacquare con abbondante acqua. Conservare in frigorifero.

Con Recup nasce nei mercati la bancarella del cibo recuperato

Ogni giorno i volontari di Recup salvano dalla spazzatura oltre 150 chili di frutta e verdura. Oltre 40 i volontari, presenti in 11 mercati di Milano. Grazie ad Amsa hanno a disposizione anche gazebo, banco e cargobike. La presentazione dell’accordo a Giacimenti Urbani, festival dell’economia circolare.

Finché non lo vedi non ci credi. Ma lo spreco di frutta e verdura nei mercati rionali è “pesante”. I volontari di Recup ne salvano dalla spazzatura in media 150 chili a mercato, ma in estate si arriva anche a 500 chili. Si tratta di merce ancora buona, ma poco presentabile perché troppo matura o ammaccata. I volontari di Recup, associazione contro lo spreco alimentare attiva da oltre due anni, fanno il giro del mercato e a ogni venditore ambulante chiedono se ha frutta o verdura da donare. Sistemano poi le cassette raccolte in un punto del mercato e rimangono a disposizione delle persone bisognose.

“Vengono in particolare molte donne anziane – racconta Virginia Cravero, vicepresidente di Recup-. Ogni mercato è frequentato sempre dalla stesse persone alla ricerca di cibo invenduto che alla fine della giornata verrebbe buttato. Una volta rovistavano nella spazzatura, ora possono venire da noi e scegliere. È tutto più dignitoso“. Quel che queste persone non portano via, viene poi donato ad alcune parrocchie o mense per i poveri. I volontari di Recup sono presenti in 11 mercati di Milano. “Ma presto un gruppo di volontari inizierà a Verano”.

Ora i volontari di Recup hanno fatto un salto di qualità. Grazie alla collaborazione con Amsa, hanno a disposizione una bancarella, un gazebo e una cargobike. “Sono strumenti che ci aiutano nel nostro impegno -aggiunge Virginia Cravero-. La collaborazione con Amsa, inoltre, ci dà maggiore credibilità agli occhi dei commercianti dei mercati”. Il nuovo accordo con Amsa verrà presentato a Giacimenti Urbani, il festival sull’economia circolare e il contrasto alla spreco di risorse, che si terrà dal 23 al 25 novembre a Milano in Cascina Cuccagna (Via Cuccagna, angolo via Muratori, 2/4). 

Redazione: Dario Paladini, 12/11/2018

 

“Be kind”, un docu-film sulla diversità

“Be Kind”, sii gentile. Un progetto nato dal desiderio di Sabrina Paravicini, autrice, regista e attrice, di fare un regalo al figlio Nino Monteleone a cui da piccolo è stata diagnosticato un autismo infantile severo. Un film autoprodotto, nato quasi per caso, approdato tra gli eventi speciali della Festa del Cinema di Roma, dopo aver ricevuto una menzione speciale della giuria al Taormina Film Fest. E’ il viaggio di Nino,…

“Be Kind”, sii gentile. Un progetto nato dal desiderio di Sabrina Paravicini, autrice, regista e attrice, di fare un regalo al figlio Nino Monteleone a cui da piccolo è stata diagnosticato un autismo infantile severo. Un film autoprodotto, nato quasi per caso, approdato tra gli eventi speciali della Festa del Cinema di Roma, dopo aver ricevuto una menzione speciale della giuria al Taormina Film Fest. E’ il viaggio di Nino, piccolo co-regista, il racconto di quello che con sua madre ha vissuto nelle fasi della terapia, degli incontri fatti. Il film è stato un modo, spiega Sabrina Paravicini, di mettere la loro esperienza al servizio degli altri. “Il filo conduttore è lo sguardo diverso di Nino, lui ha avuto una diagnosi di autismo severo da piccolo poi piano piano si è trasformata in qualcosa molto vicina all’Asperger, adesso è un bambino, come vengono definiti, ad alto funzionamento, però il suo sguardo è rivolto a tutti quelli che hanno una diversità fisica, psichica, di pelle, sentimentali, di scelte di vita… E’ una viaggio gentile, perché la chiave è la gentilezza, in tutto il mondo della diversità, tutto quello che abbiamo incontrato in questi anni”. La diversità in senso lato è rappresentata anche dalla presenza nel film di personaggi noti come Roberto Saviano, diverso prima di tutto perché vive sotto scorta, dell astronauta Samantha Cristoforetti, una donna nello spazio, e dell’attore Fortunato Cerlino che aiuta un giovane attore nello spettro autistico a preparare la scena madre di Robert De Niro in Taxi Driver. “Con Saviano è stato interessante, Nino stava studiando la teoria della felicità di Epicuro, quindi è stata una conversazione su quello, molto bello”.

Nel film Nino ha messo molto del suo, nella scelta delle domande negli incontri, nelle invenzioni. “Si è molto divertito, nella mia stanza ha preso un cappotto mio lilla, una giacca verde e una sua cravatta rossa, è uscito travestito e ha detto: questo film è una cosa importante, voglio avere una divisa importante”. Il 13 novembre, nella giornata mondiale della gentilezza il film sarà proiettato a Milano e nella stessa settimana ci saranno alcune anteprime a Torino, Bologna, Firenze, Roma, Napoli in attesa della distribuzione a inizio 2019. Con un messaggio chiaro: “Vorrei che si creasse una rete di gentilezza intorno alla diversità, la chiave della gentilezza sembra così piccola ma è una chiave potentissima, non ci si pensa, ma se i conflitti possono essere risolti con la gentilezza a volte prendono strade inaspettate e positivissime”.

Redazione: Askanews

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Festival di Giacimenti Urbani 2018, ogni scarto è una nuova risorsa

Dal 23 al 25 novembre torna a Milano, in Cascina Cuccagna, l’appuntamento dedicato all’economia circolare e al contrasto allo spreco di risorse. Giunto ormai alla sua sesta edizione, fa parte della della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (la più importante campagna europea sulla riduzione degli sprechi ed economia circolare) e della Make Something Week (movimento di persone che scelgono di creare insieme, per riscoprire la bellezza di condividere e riparare insieme agli altri). Incontri, mostre e laboratori di autoproduzione per scoprire che ogni scarto è una risorsa e un bene prezioso.

Lotta allo spreco alimentare e al cambiamento climatico: una sfida planetaria dove ognuno è chiamato a fare la propria parte.

Per questo, l’edizione 2018 di Giacimenti Urbani – Festival dell’economia circolare, fa riferimento ad alcuni dei 17 SDGSustainable Development Goals, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. In particolare i focus principali saranno: “Sconfiggere la fame” (GOAL 2), “Ridurre le disuguaglianze” (GOAL 10), “Consumo e produzione responsabili” (GOAL 12) e “Lotta contro il cambiamento climatico” (GOAL 13).

GOAL 12. Edilizia circolare, ovvero quella che prende in considerazione il riuso dei materiali come opportunità per ridurre l’impatto ambientale, infatti il mondo delle costruzioni produce all’incirca il 40% dei rifiuti generati nell’Unione Europea. La mostra “Miniere Urbane” presenta una selezione di opere architettoniche realizzate da 20 studi di architettura specializzati nell’utilizzo di materiali di riuso, evidenzia la possibilità di utilizzare scarti industriali e non per nuove applicazioni finalizzate a scopi diversi da quello per il quale gli oggetti sono stati creati:ad esempio pale eoliche che fungono da strutture per parchi giochi, porte e finestre diventano pareti o ancora segnali stradali utilizzati come rivestimento di facciate di edifici. Di edilizia circolare si parlerà anche all’interno di un incontro dedicato, con Andrea Bonessa (Studio Bonessa), Alessio Battistella (ARCO Studio) e Gabriele Rabaiotti (Assessore Lavori pubblici e casa, comune di Milano), domenica 25 novembre alle ore 11.

GOAL 10. Tra le novità di quest’anno “Side by Side”, una performance inclusiva dove design e scarti industriali si incontrano per rielaborare oggetti che mettono in relazione persone sorde e udenti. I performer di Laboratorio Silenzio, attraverso le “sedute relazionali” realizzate da T12-lab con scarti di produzione industriale, animeranno lo spazio di Cascina Cuccagna creando interazioni con gli oggetti e invitando il pubblico a una partecipazione attiva, alla riscoperta di se stessi, del proprio corpo, dell’altro.

GOAL 13. Quali obiettivi per la COP24? Appuntamento ormai imperdibile del Festival, anche quest’anno, in attesa della Conferenza delle Parti sul Clima, che si terrà il prossimo dicembre a Katowice, si farà in punto sulla lotta al cambiamento climatico con Stefano Caserini, climatologo (Italian Climate Network). A seguire, Francesco Cara porterà l’esperienza de “Il Raggio Verde”, rassegna cinematografica dedicata al clima e Pietro Porro (Nessuno ferma le stelle – Ape San Frontieres)  presenterà il suo viaggio da Milano fino ad un piccolo villaggio in Togo a bordo di un’Apecar del 1987. Sabato 24 novembre alle ore 17.

GOAL 2. Venerdì 23 alle ore 17, durante l’inaugurazione del Festival, verrà presentata la nuova “Bancarella di Recup”: grazie alla collaborazione tra Recup, Giacimenti Urbani ed Eco dalle città e con il contributo di Amsa-A2A il recupero di cibo ancora edibile diventerà strutturato e stabile in 11 mercati rionali di Milano. L’obiettivo è quello recuperare il cibo invenduto o danneggiato, selezionarlo e rimetterlo a disposizione delle persone nel rispetto delle esigenze di tutti.

GOAL 12. Nella tre giorni dedicata all’economia circolare non mancherà il “Green Market” dove si potranno trovare e acquistare borse, gioielli, biciclette e arredo realizzati da artigiani, creativi e realtà che hanno come denominatore comune le 5R Riusa, Ripara, Riduci, Riutilizza e Ricicla – e il rispetto per l’ambiente: dall’upcycling all’utilizzo di materiali compostabili e biodegradabili, dai tessuti naturali agli abiti rigenerati, dal rici-cashmere ai prodotti cosmetici bio e vegan.

Non solo market, anche laboratori per tutti, come il Restart Party dove imparare a riparare vecchi apparecchi elettronici grazie ai consigli degli esperti restarter di PCOfficina e Restarter Milano. GreenPeace, promotrice della Make Something Week, curerà un’area di ecolaboratori non-stop per grandi e piccini. Casa per la pace distribuirà piccole piante al pubblico invitandolo ad intraprendere azioni di “guerrilla gardening” contro il cambiamento climatico.

Ogni scarto è una risorsa. Da venerdì a domenica, durante il festival, i visitatori potranno portare teli di ombrelli dismessi, fogli A4 usati solo da una parte, tappi di plastica e di sughero e floppy disk. Questi oggetti verranno ritirati da alcune associazioni per essere riciclati o utilizzati per creare nuovi oggetti e manufatti. Ad esempio grazie all’associazione La Nostra Comunità i tappi di sughero diventeranno pannelli di isolamento termico e acustico; Casa per la Pace utilizzerà i teli degli ombrelli per creare borse per la spesa e infine La casa editrice libera ed senza impegni produrrà manufatti e cover riutilizzando i vecchi floppy disk.

Il Festival è un progetto di Giacimenti urbani in collaborazione con Cascina Cuccagna, nell’ambito della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti e della Make Something Week, con il contributo di Fondazione Cariplo e Municipio 4, con la partecipazione di Amsa-A2A e Greenpeace.

Espositori partecipanti al Green Market: Altreborse, Booktilla, Casa Editrice Libera e Senza Impegni, Casa per la pace, Comunicareinecoeco, Cromartica, Design Oshun, Eclo, Fenix, Green Evo, Idea, Il peccato vegetale, La Nostra Comunità, La Terza Piuma, Minrl, Riciclabo, Ringana, RiLana, T12-Lab, Yard.

 

Il Festival di Giacimenti urbani – Sesta edizione
23-25 novembre 2018 – Cascina Cuccagna – Milano
www.giacimentiurbani.eu
Ingresso libero

 

“Donne cancellate”, una mostra di Gin Angri all’ex manicomio di Como

Volti, diari, cartelle cliniche raccontano la storia delle donne rinchiuse dal 1882 al 1948 al San Martino. Immagini che vogliono “ridare dignità e memoria a soprusi, ingiustizie, scandalose dimenticanze” perché furono soprattutto le donne la principali vittime di un sistema che portava a rinchiudere le persone giudicate pericolose per la morale o la cultura maschilista di quel tempo.

“Sviluppo mentale precoce: intelligente, cavillosa, litigiosa: poco amante dell’attività domestica, capricciosa, abile nel creare discordie tra le persone. Molto sensuale. Non dedita a tossici. Nessuna malattia fisica precedente. Sposatasi nel 1904, il marito constatò subito un temperamento anormale, irascibile, per un nonnulla scattava”. È quanto c’è scritto nella cartella clinica di M.T., rinchiusa nell’ex manicomio San Martino di Como perché non rispecchiava il prototipo di “donna esemplare”, dedita alla famiglia, ai lavori di casa e sottomessa agli uomini. Sono passati 40 anni dalla legge Basaglia, che ha portato all’abolizione dei manicomi. E riesce difficile immaginare, per chi non è un addetto ai lavori, in quali condizioni vivessero le donne e gli uomini rinchiusi. La mostra “Donne cancellate – Riportiamole a casa”, curata dal fotografo Gin Angri e Mauro Fogliaresi, ci permette  di conoscere quel mondo. Sono immagini che vogliono “ridare dignità e memoria a soprusi, ingiustizie, scandalose dimenticanze”. La mostra viene inaugurata, a Palazzo Broletto a Como, sabato 27 ottobre e rimane aperta al pubblico fino all’11 novembre.

La mostra, in particolare, è dedicata alle donne, in particolare a quelle ricoverate tra il 1882 e il 1948 , poiché le donne furono maggiormente vittime di un’istituzione nata con la finalità di custodire, separare e nascondere i soggetti più poveri, socialmente più deboli, senza cultura e senza prospettive, che erano giudicati pericolosi per sé ma soprattutto per la morale e l’ideologia della cultura dominante. “Le donne in particolare, se non accettavano i modelli imposti dalla cultura maschile, che le voleva sottomesse, ubbidienti, madri e mogli devote, escluse dalla cultura e dal patrimonio familiare, disposte ad accettare violenze dentro e fuori dalle famiglie, venivano ricoverate nei manicomi -spiegano i curatori della mostra-, e lì restavano spesso fino alla morte, poiché gli strumenti messi in atto per la cura e la guarigione erano scarsi e aleatori. Anche nei manicomi  erano oggetto di vessazioni, controllo di ogni forma di autonomia, negazione di rapporti umani con l’esterno, spogliazione di identità, spesso vittime di costrizioni fisiche e violenze”.

Gin Angri e Mauro Fogliaresi sono i fondatori dell’associazione “Oltre il Giardino”, gestita da un gruppo di volontari e di utenti dei servizi di salute mentale di Como. In vent’anni di attività l’associazione ha realizzato, nel territorio comasco, progetti in collaborazione con il Dipartimento di salute mentale e con molte realtà culturali del territorio. Attività principale è la redazione della rivista omonima, ma  realizza anche attività di scrittura creativa, laboratori di arteterapia e fotografia, presentazione di libri, organizzazione di concerti con un proprio gruppo musicale “Oltre il giardino project” che ha creato musica e testi delle canzoni del suo repertorio.

Accanto a queste attività, “Oltre il giardino” si impegna per mantenere viva la memoria dei materiali dell’archivio dell’ex ospedale psichiatrico San Martino di Como. E la storia delle donne recluse si intreccia oggi con la storia travagliata dell’archivio storico che custodisce le 42mila cartelle cliniche dell’ex manicomio. Da Como, per salvarle dal degrado, sono state trasferite prima a Piacenza e poi in un deposito di Lodi. Ma “Oltre il giardino” chiede che l’Archivio torni nei padiglioni del San Martino:

“Perché è su quella collina in quei luoghi che donne e uomini sono stati definiti nel corso di un secolo mentecatti, folli, alienati, pazzi, malati di mente -si legge nel catalogo della mostra-, ed è lì che va conservata la memoria storica di cosa sia stata in passato la cura della malattia mentale. Aiutateci a riportarli a casa!”. 

Redazione: Dario Paladini, 25.10.2018

“Storie di bambini favolosi”, il libro scritto da un gruppo di ventenni autistici

A Piacenza l’esperienza promossa dall’associazione “La Matita Parlante” e da Papero Editore. “Scavalcano con tenacia i loro limiti per trasformare la passione in lavoro”, racconta Gabriele Dadati, fondatore della casa editrice. Nel libro la storie persone con disabilità diventate famose. Lanciata la campagna di crowfunding per finanziarne la stampa.

Hanno già scritto due libri. Ci hanno preso giusto, visto il successo, e ora si sono lanciati nella realizzazione del terzo, con tanto di illustrazioni realizzate da loro stessi. La redazione di ventenni dell’associazione “La Matita Parlante”, accolta nella sede di Papero Editore di Piacenza, sta per ultimare “Storie di bimbi favolosi che non la danno vinta ai problemi”. È un libro che racconta le vicende di chi, superando i propri problemi, è diventato un esempio per tutti: dalla campionessa mondiale paralimpica di scherma Bebe Vio allo scienziato Stephen Hawking, dal musicista Ezio Bosso all’ex pilota di Formula 1 Alex Zanardi. Storie di grandi personaggi, che i ragazzi della Matita Parlante vivono sulla propria pelle, visto che sono “ragazzi doppiamente speciali”, racconta Gabriele Dadati, fondatore di Papero Editore: “Da un lato perché sono autistici, dall’altro perché ogni giorno ‘scavalcano’ con tenacia i loro limiti per trasformare la passione in lavoro”.

“Inutile nasconderlo -aggiunge Dadati-: l’idea è venuta sfogliando ‘Storie della buonanotte per bambine ribelli’, di Elena Favilli e Francesca Cavallo. Libro che racconta, come piccole fiabe illustrate, le vite di donne che nonostante le difficoltà di un mondo ancora oggi così maschilista sono riuscite a trasformare i loro sogni in realtà”. Nella redazione della Matita Parlante c’è chi si è occupato di fare ricerche sulla vita dei personaggi, chi di scrivere i testi e chi di realizzare le illustrazioni. Perché il libro possa arrivare nelle librerie, però, manca ancora un passo importante. Il sostegno dei lettori. Per questo è stata lanciata una campagna di crowfunding, sulla piattaforma, produzionidalbasso.com. Obiettivo, 3.500 euro per pagare almeno in parte le spese di stampa.

Redazione: Dario Paladini, 24.10.2018

Pane, rose e (semi)libertà: viaggio nel Consorzio dove i detenuti lavorano

L’esperienza del Consorzio di viale dei Mille, ristrutturato a Milano, che raggruppa le coop dei detenuti. Una vera e propria vetrina della geografia economica carceraria d’Italia.

Il boccone di carne gli rimane in gola. È ottobre 2013 e ‘Seba’ – “chiamami così, come il tuo migliore amico”, mi dice col suo accento di San Luca, Calabria profonda-, sta aspettando la chiamata dell’avvocato, seduto a un tavolino di un ristorante. Sta mangiando una fiorentina, con due sentimenti contrastanti: in un caso festeggerà la libertà con una costata “fatta come Dio comanda”, nella seconda ipotesi quella sarà l’ultima cena degna di questo nome per parecchio tempo a venire. Il legale telefona. La Cassazione ha confermato la condanna. Seba è di fronte a un altro bivio: scappare o presentarsi spontaneamente in carcere?. Ferma un taxi: “Mi porti a Rebibbia”. “Dove a Rebibbia?” “Al carcere di Rebibbia”. “Ma lavora lì?”. “No, devo entrare per restarci”. “È sicuro che non vuole essere portato all’aeroporto di Fiumicino?” chiede il tassista a metà fra il complice e il terrorizzato. “Così in carcere ci finisci pure tu”. Nella casa circondariale di Roma non lo prendono, per problemi burocratici, va in albergo e in seguito si costituisce al carcere di Bollate, Milano. Assieme ad un altro calabrese, più vecchio di lui, condannato nell’ambito dello stesso procedimento penale.

“Il reato è del settembre 1993, ero un ragazzino – spiega Seba –: È normale che mi condannino 20 anni dopo?”. Non lo dice con tristezza. Almeno visibilmente non pare rammaricato. Tutt’altro. Sembra perplesso, quasi divertito dalle inefficienze della giustizia italiana. Ora sta nel carcere di Opera, sud di Milano, e gode dei benefici dell’articolo 21: regime di lavoro all’esterno dopo aver scontato almeno un terzo della pena. Si esce a lavorare senza scorta se non per gravi motivi di sicurezza. Il 18 ottobre è il suo compleanno, taglia la torta, e lo sta festeggiando sul posto di lavoro dentro al Consorzio di viale dei Mille a Milano. Nato tre anni fa su impulso dell’assessorato al lavoro di Cristina Tajani e del Comune, che ci ha messo edificio e risorse economiche assieme a Fondazione Cariplo, la struttura raggruppa le cooperative di detenuti che lavorano nelle tra carceri milanesi di Opera, Bollate e San Vittore: 185 persone occupate nelle imprese socie, di cui 115 con problemi di giustizia ancora in corso, 4 milioni e 385mila euro di fatturato nel 2017, sommando i bilanci delle sei cooperative fondatrici. Che si chiamano “Bee4 Altre menti” che si occupa di data entry, controllo qualità a Bollate ed è quella che fattura più di tutte con i suoi 2 milioni e 380mila euro; “Opera in fiore” nella casa di reclusione di Opera che lavora nel tessile, manutenzione aree verdi e consegna frutta e verdura; la storica coop sociale “Alice” di San Vittore, dal 1992 attiva su linee di abbigliamento, sartoria forense, prodotti in pelle; “Il Gabbiano” di Sondrio nel mondo agricolo con vigne, meleti, orti; “In Opera” che è la coop per cui lavora proprio Seba, nel panificio e forno interni al penitenziario, e con pizze, focacce, corstate e biscotti che vengono portati all’esterno per commercializzarli in questo store sulla circonvallazione. E infine “Zerografica”, di cui fa invece parte Luca che a Bollate gestisce “Zeromail”, un servizio per permettere alle persone ristrette di comunicare più velocemente con parenti, amici, avvocati, portando le loro lettere all’esterno e inviandole via web.

Il negozio di viale dei Mille è stato ristrutturato in estate e presentato al pubblico nella nuova veste il 10 ottobre. “Prodotti stupefacenti” si legge sulle vetrine, “Entrare a curiosare non è reato” è un altro degli slogan. “Ora l’obiettivo è allargare il più possibile ad altre realtà carcerarie italiane” spiega Carlo al banco vendita. Lui è anche attore teatrale per il gruppo di reclusi ed ex reclusi chiamato “Opera Liquida”. Hanno fatto sold out al Piccolo Teatro con due date consecutive. Uno spettacolo di un’ora, 9 attori sul palco che “raccontano le loro esperienze personali nei quartieri: guerre fra bande, omicidi, rivolte contro la polizia” dice Carlo. “Nella parte dello spettacolo sull’omofobia il ragazzo che interpretava il gay ha preso per davvero le botte anche se è un’opera di finzione. Sono bravissimi a recitare, l’unico problema è che avendo come regista un altro detenuto ci si può spingere fino a un certo punto in termini di autorità sugli attori e questo limita un po’ le potenzialità artistiche”.

Ma con la cultura ed il teatro non si mangia – recita l’adagio – e quindi nel Consorzio sono ben altri i prodotti esposti. Una vera e propria vetrina della geografia economica carceraria d’Italia: i biscotti di Aosta e quelli della “Banda biscotti” di Verbania, il vino rosso di Alba, la prima birra arrivava da Rebibbia, ora dal carcere di Salluzzo, sempre Piemonte, regione molto attiva sul tema del lavoro dentro e fuori dal carcere, in particolare grazie all’esperienza di “FreedHome”, il negozio di prodotti made in carcere del “Lorusso e Cutugno” di Torino. Ma anche i taralli di Trani, il caffè di Pozzuoli, le mandorle di Siracusa e Ragusa, i profumi della “Giudecca” a Venezia e un’infinità di prodotti da mezza penisola: l’Ucciardone a Palermo, Bergamo, Cremona, Busto Arsizio, dove di recente è scoppiata una pesante rivolta dei detenuti. A Milano c’è la cooperativa Alice e la sua “Sartoria Borseggi” che produce borse nei laboratori di San Vittore e Monza con il progetto-marchio “Minore Uguale”.

Cos’era questo edificio prima di voi? “Un bordello tanti anni fa” risponde secco Carlo. La storia di Dateo 5 angolo viale dei Mille, complesso popolare di 156 alloggi di proprietà demaniale che i giornali di metà anni 2000 definivano “palazzo fantasma” e “casermone”, viene descritta dal venditore: “Questa è una delle poche proprietà comunali in zona Porta Venezia, erano case occupate che di fatto diventavano base di spaccio e prostituzione”. La vicenda è complessa: nel 1989 negozianti e artigiani che animavano la zona furono trasferiti nel parterre centrale di corso Indipendenza, in strutture prefabbricate. Per due o tre anni, fu detto loro. Non andò esattamente così. Un lunedì mattina di aprile 2010 la situazione era più o meno la stessa dell’89: intervengono polizia locale e Amsa per lo sgombero e l’abbattimento delle baracche di lamiera bianca, costruite 21 anni prima in via eccezionale e provvisoria per ospitare, nei giardini al centro del viale, i negozianti sfollati dal palazzo comunale di piazzale Dateo. Nel 2015 arriva il Consorzio e le attività di cooperative sociali, alcune delle quali esistono sotto la Madonnina da più di un ventennio. Gli appuntamenti dei prossimi mesi in viale dei Mille riguardano allestimenti natalizi e la presentazione a novembre del libro “Prometto di perderti”, firmato dalla campionessa di boxe Valeria Imbrogno, fidanzata di Dj Fabo. Assieme a lei ci sarà Marco Cappato, il radicale dell’associazione “Luca Coscioni” che ha sfidato la legge italiana con un atto di disobbedienza civile, accompagnando in Svizzera il 40enne Fabiano Antoniani dove è morto in seguito a suicidio assistito.

Ce ne andiamo salutando il festeggiato Seba con un’ultima domanda sul suo compleanno: “Quanti anni sono?”. “Sono quattro” sussurra lui, ridendo di gusto e passandoci accanto. L’età è 47 anni. Quattro sono quelli che gli mancano.

Redazione: Francesco Floris, 19.10.2018

Giornata mondiale conto la povertà: torna la Notte dei senza dimora Milano

Cittadini e istituzioni in piazza per riportare l’attenzione sul problema dell’emarginazione sociale e delle persone senza dimora e a condividerne, almeno per una nottata, piatto e sacco a pelo.

Sarà nel segno dell’arte la diciannovesima edizione della Notte dei Senza Dimora, organizzata a Milano da un gruppo di 25 associazioni ed enti che si occupano di grave emarginazione. Per l’occasione, infatti, la Fondazione Isacchi Samaja Onlus ha indetto il “Premio Isacchi Samaja”, dedicato agli artisti che vivono in strada. La premiazione si terrà nel corso della Notte (sabato 13 ottobre, in piazza Santo Stefano, a partire dalle 18.30). Il Premio, in memoria di Amelia Isacchi Samaja (1914-2007), fondatrice dell’omonima Fondazione e si articola in tre sezioni: narrativa e poesia, arte figurativa (pittura, scultura, a tema libero) e Fotografia (soggetto a tema libero). Paolo Cognetti e Giorgio Fontana, rispettivamente Premio Strega 2017 e Premio Campiello 2014, saranno i giurati della sezione Narrativa e Poesia, affiancando Paola Arzenati, direttore generale della Fondazione Isacchi Samaja. Enzo Umbaca, Elena Valdré e Giulia Volontè saranno parte della giuria per la sezione Arte figurativa, insieme alla Arzenati; Emanuele Cucca, Daniele Lazzaretto, Andrea Lai e Luca Orsi valuteranno insieme a lei le opere della sezione Fotografia.

Dopo la premiazione persone con e senza dimora saranno fianco a fianco durante la grande cena gratuita e, dalle 21.30, parteciperanno alla festa in piazza con musica dal vivo, messaggi e testimonianze. La serata in piazza avrà il suo culmine nella dormita all’aperto, sul sagrato della chiesa, a cui sono invitano tutti i cittadini a prendere parte per l’intera durata della notte.

La serata rappresenta un momento di confronto fra i cittadini e le associazioni che si occupano di assistenza e reinserimento di persone in difficoltà, per informarsi e offrirsi come volontari. Per meglio affrontare il freddo, dalle 16 in Piazza Santo Stefano partirà una sessione di “knitting solidale”, una sessione di lavoro a maglia collettivo, organizzata da Horujo Knit and Crochet. Dalle 17.00 in poi chi desidera dare un piccolo contributo pratico è invitato a portare in piazza un dentifricio, uno spazzolino, un sapone o un pettine con i quali verrà assemblato un kit igienico che le associazioni provvederanno poi a consegnare ai senza dimora.

Alla stessa ora alla Casa dell’Accoglienza “Enzo Jannacci” (Viale Ortles 69), ci si darà appuntamento per visitare uno dei luoghi della solidarietà meneghina. Da lì si inforcheranno tutti insieme le bici in direzione di Piazza Santo Stefano.

Sarà nel segno dell’arte la diciannovesima edizione: quest’anno, infatti, la Fondazione Isacchi Samaja Onlus ha indetto il “Premio Isacchi Samaja”, dedicato agli artisti che vivono in strada. La premiazione si terrà a partire dalle 18.30). Il Premio, in memoria di Amelia Isacchi Samaja (1914-2007), fondatrice dell’omonima Fondazione e si articola in tre sezioni: narrativa e poesia, arte figurativa (pittura, scultura, a tema libero) e Fotografia (soggetto a tema libero). Paolo Cognetti e Giorgio Fontana, rispettivamente Premio Strega 2017 e Premio Campiello 2014, saranno i giurati della sezione Narrativa e Poesia, affiancando Paola Arzenati, direttore generale della Fondazione Isacchi Samaja. Enzo Umbaca, Elena Valdré e Giulia Volontè saranno parte della giuria per la sezione Arte figurativa, insieme alla Arzenati; Emanuele Cucca, Daniele Lazzaretto, Andrea Lai e Luca Orsi valuteranno insieme a lei le opere della sezione Fotografia.

Dopo la premiazione persone con e senza dimora saranno fianco a fianco durante la grande cena gratuita e, dalle 21.30, parteciperanno alla festa in piazza con musica dal vivo (Claudio Avella, Bar Boon band e Marina Madreperla) messaggi e testimonianze. La serata in piazza avrà il suo culmine nella dormita all’aperto, sul sagrato della chiesa, a cui sono invitano tutti i cittadini a prendere parte per l’intera durata della notte.

La Notte dei senza dimora è organizzata da:

Insieme nelle Terre di mezzo onlus, Fondazione Isacchi Samaja Onlus, Ronda Carità e Solidarietà, Croce Rossa Italiana–Comitato Provinciale di Milano, Fondazione Progetto Arca, Avvocato di strada ONLUS, MIA–Milano in Azione, VOCI, Associazione MiRaggio, SOS Milano, Opera Cardinal Ferrari, Fondazione Fratelli di San Francesco, CAST, Casa di Gastone, Effatà, Avvocati per Niente, Fides ONLUS-Casa degli Amici, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità, fio.PSD (Federazione Italiana Organismi persone senza dimora), Anime bisognose, Ciclochard, Associazione Artisti di strada di Milano e Papa Giovanni XXIII.

Patrocinio: Comune di Milano, Regione Lombardia.
Partner tecnico: AMSA.

APPROFONDIMENTO:

Disegno, teatro e canto: quando l’arte viene dalla strada

Si moltiplicano i laboratori artistici che coinvolgono senza tetto. Le esperienze di Opera Cardinal Ferrari, Ronda della Carità e Casa Jannacci. 

MILANO, DP per Redattore Sociale 10.10.018 – “Il disegno mi aiuta a tenere la mente aperta. Sprigiona la mia fantasia”: Elisabetta frequenta l’Opera Cardinal Ferrari, storica istituzione milanese che offre accoglienza a persone in difficoltà e senza tetto. Qui possono trovare una mensa, servizio docce e guardaroba, assistenti sociali, medici volontari, ma anche un campo da bocce, la possibilità di giocare una partita a carte o altri svaghi. E un corso di disegno: ogni 15 giorni per un paio d’ore. Gianni, detto anche “Il mitico”, ama disegnare mezzi di trasporto, in particolare i tram storici di Milano: “Mio padre li ha guidati per trent’anni”, racconta. Stefano si sta cimentando con una skyline di grattacieli coloratissimi: “Nelle nostre città manca il colore”. Il laboratorio di disegno dell’Opera Cardinal Ferrari è una delle esperienze milanesi in cui persone senza dimora vengono coinvolte in forme d’arte. La Ronda della Carità ha avviato da quattro anni un laboratorio di teatro, mentre a Casa Jannacci (l’ex dormitorio di viale Ortles) è nato un coro, grazie alla collaborazione con la Fondazione Isacchi Samaja. Chi vive in strada ha spesso bisogni primari da soddisfare: un pasto caldo, fare una doccia, cambiare i vestiti, un letto dove dormire. Ma quasi sempre non basta. Per questo negli enti che si occupano di grave emarginazione si stanno moltiplicando laboratori artistici. E al tema dell’arte è dedicata la Notte dei senza dimora, organizzata per sabato 13 ottobre a Milano, in piazza S. Stefano.

“Il teatro permette loro di riscoprirsi -spiega Caterina Scalenge, responsabile del laboratorio della Ronda della Carità-. Si mettono in gioco, devono aprirsi agli altri”. Caterina apre ogni incontro proponendo un tema. Per esempio, la fiducia, oppure lo spazio. Ciascuno propone una riflessione. Seguono esercizi legati al tema. Vengono poi divisi in coppie e ciascuna inventa una performance ispirata al tema della giornata. “Fanno quello che riescono -sottolinea Caterina-: a volte hanno corpi stanchi o affaticati dalla vita di strada. L’obiettivo non è andare in scena. È ritrovare forza e fiducia in sé: sono persone che magari da anni non ricevono un abbraccio o una carezza. Sono molto sensibili e hanno propensione al teatro, hanno come una marcia in più da questo punto di vista”.

CorUnum è formato da ospiti di Casa Jannacci e da residenti della zona. È diretto da Ryoko Yagi, soprano originaria del Giappone. Ogni venerdì sera, ormai da undici mesi, provano brani che spaziano dalle opere di Verdi alle canzoni popolari come “Vecchio scarpone”. È difficile non commuoversi quando intonano “Il signore delle Cime”. “La musica è un linguaggio universale -sottolinea padre Aristide Cabassi, presidente della Fondazione Isacchi Samaja-. Supera le differenze, tutti possono cantare”. Anzi, il canto può unire. “Una sola nota non fa la musica”, del resto ripete più volte Ryoko durante le prove.

“Mamme per la pelle”, una famiglia per i bimbi orfani di naufragio

Naila è nata in Nigeria. E’ arrivata nel 2016 in Sicilia, all’epoca aveva 9 mesi. Nella traversata dalla Libia all’Italia ha perso la mamma, morta per gravi ustioni, ed è stata accolta in una casa famiglia. Oggi ha tre anni e a raccontare la sua storia sono Silvia e Dario, coppia di giovani palermitani, impegnati da molti anni nell’antimafia sociale, che l’hanno adottata. Conoscono bene l’importanza di “cercare di essere oggi una famiglia…

Naila è nata in Nigeria. E’ arrivata nel 2016 in Sicilia, all’epoca aveva 9 mesi. Nella traversata dalla Libia all’Italia ha perso la mamma, morta per gravi ustioni, ed è stata accolta in una casa famiglia. Oggi ha tre anni e a raccontare la sua storia sono Silvia e Dario, coppia di giovani palermitani, impegnati da molti anni nell’antimafia sociale, che l’hanno adottata. Conoscono bene l’importanza di “cercare di essere oggi una famiglia aperta e vicina all’accoglienza autentica degli immigrati, piccoli e grandi che siano” e, per questo, insieme ad altri genitori stanno costituendo l’associazione nazionale “Mamme per la pelle”.  “Durante la drammatica traversata del Mediterraneo – racconta Silvia – , ha perso la mamma che, morta per le gravi ustioni, è finita in mare. Secondo le ricostruzioni, nella barca c’erano più di 100 persone ma ad essere salvati da una motovedetta della guardia costiera italiana furono soltanto in 23 e molti di loro avevano gravi ustioni in tutto il corpo. Dopo i primi controlli sanitari, Naila che era in buona salute, è stata portata subito in una casa famiglia di Palermo dove è rimasta una settimana.

Avevate già avviato la pratica per l’adozione?
Sì, avevamo già fatto la richiesta nel 2014 per una adozione nazionale, avviando tutto l’iter procedurale con psicologo e assistente sociale. Dopo 7 mesi dal riconoscimento dell’idoneità, siamo stati convocati, insieme ad un’altra coppia dal tribunale dei minori di Palermo, che ci ha esposto il caso di questa bambina. Successivamente, dopo essere stati scelti dal tribunale, abbiamo deciso di dare la nostra disponibilità per l’adozione nazionale
Com’è stato l’incontro con Naila?
Siamo stati fortunati perché, nonostante il vissuto della piccola in Libia, che non conosciamo, e le situazioni drammatiche del suo viaggio, è apparsa subito una bambina serena, che non ha subito forme di abbandono, violenze o abusi come altri bambini. Ciò ci ha fatto intuire che fino all’ultimo la mamma le ha trasmesso gesti d’amore, proteggendola fino a quando ha potuto. Secondo i racconti, nella barca è stata trovata in braccio ad un’altra donna, arrivata in condizioni di salute molto critiche anche lei per gravi ustioni, a cui la madre l’aveva affidata prima di morire.
Come avete vissuto i primi momenti?
A poco a poco insieme alle operatrici siamo riusciti a conquistare Naila, soprattutto attraverso il gioco. Non appena l’abbiamo portata a casa, con grande emozione è iniziato il nostro percorso di genitori. Nella fase iniziale Naila non è apparsa traumatizzata, solo molto incuriosita da un ambiente completamente nuovo. Ma non appena la prendevamo per mano voleva subito divincolarsi; presumiamo che, durante il viaggio drammatico in mare, sia stata tenuta molto stretta dalla donna che l’aveva in braccio. Naila è stata accolta anche da un amore smisurato dei nostri genitori e del gruppo di nostri amici fraterni. Oggi la bambina è, come tanti altri suoi coetanei, molto gioiosa, vivace e tanto chiacchierona.
Come prosegue la vostra scelta di famiglia aperta all’accoglienza?
Avere avuto Naila per noi è stato un grande dono. Un giorno ai nostri figli racconteremo quello che sta avvenendo nel Mediterraneo. Per questo, insieme ad altre coppie che hanno storie simili alle nostre stiamo costituendo l’associazione nazionale !Mamme per la Pelle”. L’intenzione è quella di riunire le famiglie che hanno adottato dei bambini orientali e africani, creando momenti di condivisione e di narrazione agli altri delle nostre esperienze. In questo modo, vorremmo andare ben al di là di quella sorta ‘di pietismo perbenista’ che ti fa considerare dagli altri solo delle brave persone che hanno fatto ‘un’opera buona’. Essere testimoni autentici dell’accoglienza ci spinge verso un bisogno forte di raccontare, per trasmettere tutta la bellezza e la ricchezza umana che stiamo vivendo. Sull’immigrazione siamo impegnati a vario livello in diverse iniziative di sensibilizzazione sul tema della solidarietà e dell’accoglienza di immigrati piccoli e grandi per superare chiusure e pregiudizi.
Il vostro desiderio è anche quello di valorizzare anche la cultura africana di Naila.
Nostra figlia ha alle spalle una storia difficile che rispettiamo e che, a poco a poco le racconteremo. Lei già sa che viveva in Africa con la sua mamma “nera”. Per il momento, avendo solo 3 anni, sa di avere fatto il viaggio in una barca e che la sua mamma era così bella che è diventata una sirena che sta nel mare. Naturalmente crescendo, la storia verrà arricchita da altri elementi di verità a piccole dosi. Sa anche di essere arrivata a Lampedusa dove siamo stati con lei volutamente questa estate. Al molo Favaloro insieme a lei abbiamo regalato dei fiori in mare per la sua mamma ‘sirena’. Sappiamo che non è facile ma vogliamo gradualmente renderla partecipe della sua storia. A Palermo spesso condividiamo alcuni momenti di festa con amici africani perché per noi è molto bello anche farle assaporare la sua cultura in maniera piacevole, proprio nel quadro di una serena integrazione interculturale. 

Serena Termini, Redattore Sociale, 5.10.018